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Approfondimenti e divagazioni Vila Matas

La tumba de Moby Dick

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Quizás, esta cuarentena haya servido por algo; por ejemplo volver a encontrar cositas que perdimos con el  tiempo. Aquí os dejo el enlace para disfrutar de una de las charlas más divertidas sobre la literatura. Los protagonistas son Eduardo Lago y Enrique Vila Matas, festival Kosmopolis, año 2011. Pues, en la esperanza de volver a gozar de este festival tan bonito y participado, es la hora de valorar los archivos; cajitas donde se hallan perlas preciosas.

 

https://www.cccb.org/es/multimedia/videos/kosmopolis-11-la-tumba-de-moby-dick/212124?fbclid=IwAR0NCC55E5LRrd1iH__rODPYCXl-X_nDYVKXYSixWygWL2OxVSJvxQVD3bM

 

 

 

 

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Approfondimenti e divagazioni Bolaño Vila Matas

Bolaño e Vila Matas: la voglia di scrivere e il bisogno di leggere.

 

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È uno strano pomeriggio di maggio, a un sole cocente si alternano nuvole e raffiche di vento che fanno pensare all’autunno. Bevo un vermut e ascolto i Doors, aspetto un amico e guardo la gente di Barcellona seduta ai tavolini. Sulle gambe ho un libro di Vila Matas dal titolo El mal de Montano, un libro in cui la letteratura degenera nella malattia, l’ossessione di uno scrittore che in tutto riesce a trovare qualcosa di letterario fino a che non viene preso da uno sfinimento nervoso a cui da il nome di El mal de Montano. Proprio quando ho l’esigenza di conoscere tutta l’opera di Vila Matas pesco questo libro dagli scaffali della biblioteca, uno dei suoi libri più riusciti e sorridenti, e adesso è lecito farmi la seguente domanda: e se fossi anche io affetto dal male di Montano? E se fossi anche io vittima di questa stretta commistione che si crea tra la letteratura e l’infermità?

Guardo ai quattro lati di questa bellissima piazza che sorge nel quartiere del Poble Sec, al mio amico piace e dice che è bello starsene seduti a bere vermut senza tutti quei turisti che rompono i coglioni. Per qualche ora smetto di pensare a questo libro ma una volta a casa sprofondo di nuovo nella lettura, almeno duecento pagine nel giro di poche ore da cui esco convinto di essere definitivamente affetto dal male di Montano. Penso di scrivere qualcosa in merito, alcune riflessioni su questa lettura che forse, a metterle nero su bianco, mi aiuterebbero a tenere lontano questa malattia che la moglie di Rosario Girondo – il matronimo* dell’autore – chiama volgarmente Stress. Non ho ancora finito il libro e a dirla tutta di avere la malattia di Montano e quindi essere ossessionato dalla letteratura, non mi importa nulla, anzi. Se c’è una cosa che mi attira irrimediabilmente verso questo scrittore, tra le tante qualità che ha, è la capacità di giocare con il materiale letterario, citare autori a lui cari, seguire strade percorse da maestri maledetti, fragili, a volte invisibili. Tutti i lettori di Vila Matas avranno familiarità con le citazioni su Gombrowicz, Walser, Melville, Kafka, Gadda eccetera, eccetera. Tutti avranno notato lo stato di grazia di cui le citazioni godono nei suoi libri, la capacità di far suonare un nome o un aforisma che si lega perfettamente a un testo che risulta originalissimo nonostante il continuo divagare – un divagare esplicitato e annunciato dall’autore stesso – sulla letteratura e l’arte. L’ossessione letteraria di autore e personaggi viene come data in consegna al lettore che, in un’atmosfera borgesiana, apre uno scrigno ricco di nomi, spunti, massime e divagazioni sulla storia e sul destino della letteratura.

Credo di aver letto più della metà dei libri pubblicati di Enrique Vila Matas, una conoscenza che mi permette già di fare un paragone – un paragone illustre – con un altro nome e cognome fondamentale per la mia vita di lettore: Roberto Bolaño. Un po’ di anni fa lessi Chiamate telefoniche, una raccolta di racconti brevi del cileno che ancora oggi è uno dei miei libri favoriti. Da allora, entrando nella bibliografia di Bolaño, sono stato come investito dalla voglia di scrivere. È curioso che capiti questo, normalmente le grandi penne scoraggiano i dilettanti; sempre, prima di mettere mano a qualcosa di scritto, ci chiediamo se non siamo degli impostori a voler fare lo stesso mestiere di Conrad, Gadda o Virginia Woolf. Eppure con Bolaño in tanti abbiamo come avuto la percezione che nella letteratura si fosse aperta una porta nuova, un modo diverso di pensare il racconto, il romanzo e la poesia. La lettura di Bolaño stimola lo studio e la conoscenza di tutta una tradizione letteraria a cui lo scrittore è, in qualche modo, rimasto fedele fino alla fine. C’è nella figura di Bolaño però anche un elemento vitalista, una voglia di agire, andare ben oltre il mondo libresco che avevano tracciato gli scrittori latinoamericani prima e dopo il Boom. Se Bolaño fa venire voglia di scrivere con Vila Matas ogni libro assume le sembianze di un atlante, una mappa grazie alla quale possiamo orientarci nelle milioni di possibilità che offre la letteratura. Non è ancora arrivata l’ultima pagina e si sprecano le sottolineature, i titoli appuntati, nomi di autori e autrici che mezz’ora prima non conoscevamo e che ora, dopo aver letto Vila Matas, diventano indispensabili. Se il nucleo centrale della passione per Bolaño (al secolo bolañomania) è quindi la voglia che questo autore genera verso la scrittura, con Vila Matas riusciamo a rispondere a domande del tipo: perché leggiamo? Dove va la letteratura? Che ne è stato di quelle scrittrici e quegli scrittori che non ne hanno voluto sapere più nulla? È evidente che i due autori in questione, amici durante gli anni barcellonesi di Bolaño, offrono milioni di spunti e motivi per leggerli. Per me, dopo tutti questi anni di lettura e con i primi sintomi del male di Montano, credo che il nucleo del mio interesse ruoti intorni a questi due assi: la voglia di scrivere che fomenta tutta la bibliografia di Bolaño e la consapevolezza della necessità di leggere che emerge quando entriamo nell’opera di Vila Matas.

 

 

 

  • Rosario Girondo è il nome con cui l’autore firma il suo diario in un gioco metaletterario. Il nome viene preso dalla madre, per questo l’autore parla di matronimo e non di eteronimo o pseduonimo.
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Desde la ciudad nerviosa di Enrique Vila Matas

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Di Enrique Vila Matas avevo letto già alcuni romanzi, dei racconti e diversi articoli che ho incontrato sparsi per il web. Quando mi sono avvicinato a questa raccolta di articoli giornalistici, scritti perlopiù tra la seconda metà degli anni novanta e il duemila, non mi aspettavo di trovare la stessa freschezza, lucidità e ironia a cui questo genio ci ha abituato nelle sue opere di finzione. Il libro è composto da quattro sezioni in cui si spazia dalla cronaca urbana all’autobiografia, passando per la riflessione sulla letteratura. Il titolo è un omaggio alle cronache del viaggio di Roberto Arlt nella Spagna prima della Guerra Civile, dove si esaltava la tranquillità e il ritmo lento degli spagnoli rispetto alla frenesia che caratterizzava le grandi città dell’epoca, definite per l’appunto città nervose. Arlt, chiosa Vila Matas all’inizio del libro, evidentemente non era passato per la dinamica e operosa Barcellona – città nervosa per eccellenza – che occupa la prima delle quattro sezioni che compongono il libro. Ma è nella seconda parte che ho trovato gli spunti più interessanti. Qui l’autore catalano racconta l’iniziazione alla letteratura, la sua decisione di diventare scrittore davanti alla magnifica pellicola di Antonioni, La Notte, dove Marcello Mastroianni è per l’appunto uno scrittore in crisi. È in questa sezione che si incontrano importanti riferimenti alla cultura italiana, nonchè delle bellissime pagine sull’opera di Tabucchi e la città di Lisbona che tanto ha influenzato l’immaginario di Vila Matas. La terza parte affronta invece i nodi teorici del suo libro Bartleby y compañia e del superamento dei canoni romanzeschi per attraversare altri generi. In questo pezzo l’autore cammina elegantemente sulla divisione dei generi in letteratura, per giungere alla conclusione che il meticciato può rappresentare la frontiera da superare per assicurare al romanzo un futuro. A chiudere ci sono gli Escritos shandys, l’ultima sezione in cui si riflette su scrittori come Gombrowicz, Martin Amis, Robert Walser, Juan José Millás, Juan Villoro e sopratutto, mi verrebbe da dire, un Roberto Bolaño ancora vivo, in carne e ossa. A leggere queste pagine oggi, in cui Vila Matas dialoga a distanza con lo scrittore cileno, si può percipere la vitalità della conversazione intorno alla letteratura e la grande curiosità che un Bolaño poco conosciuto aveva suscitato in uno degli scrittori più affermati della lingua spagnola. Sono rimasto particolarmente colpito dal saggio – il penultimo della quarta sezione – in cui, con la genialità che lo contraddistingue, l’autore racconta il suo inesorabile avvicinarsi all’opera di Bolaño, alla sua stravaganza e al fitto sistema di relazioni che aveva appena inaugurato con i Detective Selvaggi. È un libro che ha tante chiavi di lettura. Può essere visto come una guida per leggere la metropoli attraverso l’arte – la letteratura ma anche il cinema, la pittura e la scultura –o per addentrarsi nell’opera di uno scrittore interessantissimo. Si possono leggere queste pagine come pezzi di giornalismo culturale o saggistica. Oppure si possono leggere tutte queste cose insieme, travolti da un talento che non conosce genere e confini.