El Astillero di Juan Carlos Onetti

 

 

 

 

Pietra miliare nella produzione di Onetti questo libro, pubblicato per la prima volta nel 1961, resta una lettura straordinaria e un ottimo esemplare di romanzo scritto in castigliano. Non è un’opera di facile interpretazione. Una lingua ipnotica e perfetta introduce il lettore  in una narrazione rarefatta per poi lasciarlo sospeso, in un territorio in cui non ci sono appigli e non sembra succedere veramente nulla.  La storia si concentra intorno alla figura di Larsen o juntacádaveres che sbarca nella misera località di Santa Maria per prendere il posto di responsabile del locale cantiere navale ( El astillero). Privo di operai, segretarie o commesse, con la struttura relegata a uno scheletro marcio, Larsen si troverà a dirigere due soli impiegati – Kunz e Gálvez – che nella decadenza di Puerto Astillero si guadagnano la vita vendendo i pochi macchinari che restano sul mercato nero dei rottami gestito da russi. L’orgoglio iniziale di Larsen, la sua tenacia davanti alla condizione di abbandono in cui riversa l’impresa e la città, fanno pensare a una evoluzione narrativa crescente in cui il protagonista riesce a raggiungere i suoi obiettivi nonostante il panorama depresso di Santa Maria. La realtà delle cose smonta le illusioni pagina dopo pagina. L’agognato salario di seimila pesos al mese ( il momento della trattativa per l’onorario è uno dei momenti più alti del romanzo), la volontà di sposarsi con la figlia di Petrus ( proprietario del cantiere navale), una potenziale rinascita del complesso industriale; tutto diventa una chimera e l’unico patto possibile tra i personaggi sembra essere la farsa. È con questa farsa sullo sfondo – ravvisata lucidamente dal dottor Diaz Grey nel corso della novella – che si sviluppano i momenti più importanti di questa soprendente narrazione: Larsen che si muove placido nella trappola in cui è caduto, il miraggio degli abitanti di Porto Astillero che vivono inermi uno scenario post- apocalittico, l’assurdità delle conversazioni e delle pretese; delle relazioni che si generano all’ombra di un feticcio industriale decaduto. È un libro complesso, provo quasi riluttanza a parlarne. A volte si ha l’impressione che in queste 239 pagine non si parli di niente nonostante un’indiscutibile coerenza narrativa. Sotto l’incatesimo di una lingua perfetta giace una denuncia cruda della precarietà della vita e un pessimismo che provoca stupore, stordimento; uno smarrimento molto letterario.

 

 

 

 

 

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