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Panamericana

La figlia unica di Guadalupe Nettel

Prima di leggere questo libro ho dovuto combattere contro un pregiudizio che resiste forte nella mia testa di lettore. Lo scetticismo che istintivamente ho nei confronti dell’hype che spinge una nuova uscita, e il fatto di aver trovato una recensione di questo libro in tanti blog e in alcuni inserti culturali di quotidiani – c’è ancora qualcuno che li legge? – mi ha persuaso per diverse settimane a scartare La figlia unica come primo libro per conoscere Guadalupe Nettel. Poi c’è la malinconia che molto spesso mi prende quando leggo in italiano un libro scritto in spagnolo, ed ecco qui la lettura di questo romanzo pubblicato da La Nuova frontiera, a insegnarmi che l’hype non sempre si sbaglia e che nella traduzione non sempre c’è perdita, anzi.

Credo che il segreto di questo romanzo stia in due elementi: lo stile e la struttura. La scrittura sembra semplice, nel senso che la lettura scorre veloce e senza eccessive complicazioni. Nonostante ciò, la lingua è potente e i temi trattati sono serissimi, si alternano con scioltezza nel corso della narrazione e assumono nuove forme a mano a mano che cresce la consapevolezza della voce narrante sulle questioni legate alla maternità, le disuguaglianze di genere, l’irriducibile unicità di ogni esperienza umana, la necessità di dare nuove forme all’istituto della famiglia. La struttura segue poi un canovaccio che, forse, è il mio preferito. Una costruzione che per quanto unitaria riesce ad essere anche frammentata. I capitoli sono brevi e la leggerezza non toglie tensione drammatica. C’è sempre spazio per l’ironia tra un momento e un altro di strazio e alla fine della lettura ho avuto la sensazione che un romanzo sull’accettazione si possa scrivere solo in questo modo. La figlia unica è la storia di tre donne, ognuna a modo suo impegnata con le problematiche legate alla maternità. Alina aspetta una bambina e l’ecografia rivela che la nascitura ha una malformazione che forse non le permetterà di sopravvivere al parto. Laura è la sua amica e attraverso il travaglio di Alina si avventura in un territorio nuovo, un modo di comportarsi che sembra contraddire la sua avversione per la maternità. Doris è la vicina di Laura, con una storia difficile alle spalle, è la madre sola di un bambino ingestibile: i due sembrano entrare in maniera irreversibile nella vita di Laura.

Guadalupe Nettel è un’autrice di Città del Messico. Suoi romanzi e raccolte di racconti sono stati pubblicati in Italia da Einaudi e La nuova frontiera. Come scritto in quarta di copertina, Valeria Luiselli la trova una dei volti più luminosi della nuova narrativa latinoamericana e io, dopo questa lettura, sono d’accordo con lei.

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Panamericana

Piccolo Karma di Coccioli: un pezzo di letteratura latinoamericana vista con gli occhi dello scrittore toscano.

Gli articoli apparsi finora su questo blog sono il frutto della mia passione per la letteratura ispano-americana, ma anche la conseguenza delle mie esperienze: il fatto di vivere diversi anni a Barcellona mi ha permesso di entrare in contatto con tanto materiale che riguarda questo mondo, libri ma anche riviste, manifestazioni, festival e, soprattutto, testi originali di cui ho scritto recensioni, poesie che mi sono avventurato a tradurre in italiano. Ora che sono lontano da Barcellona e dalla mia biblioteca, il mio giardino letterario, penso a come poter scrivere con l’assiduità degli ultimi anni rimanendo fedele all’oggetto del blog e proprio mentre provo a risolvere questo rompicapo incomincio a leggere Piccolo Karma di Carlo Coccioli, un libro che sembra avere la forza di mettere insieme la mia patria letteraria e immaginaria con quella reale, sancita da un passaporto valido. Una riflessione su Piccolo Karma può essere tranquillamente ospitata su questo blog per due ragioni principali. La prima, forse ovvia, è legata al fatto che lo scrittore toscano, morto nel 2003, vivesse ormai da anni a Città del Messico e il libro è pieno zeppo di riflessioni sul Messico e, per osmosi,sul resto del continente. La seconda riguarda la costante riflessione sulla lingua spagnola, le scelte – estetiche ed interiori – con cui si confronta uno scrittore sradicato, il cui viaggio si riflette nel modo di scrivere e di sbagliare gli articoli, abusare dei gerundi e attingere ad aggettivi ed espressioni che sembrano far parte di una grammatica interiore. Piccolo Karma, tra le tante qualità, offre quindi anche tanti spunti di riflessione per l’appassionato di letteratura ispano-americana e per coloro i quali parlano o hanno confidenza con lo spagnolo, nella sua accezione letteraria ma anche colloquiale, la cultura ritenuta più alta e quella popolare espressa dalle Soap Opera di matrice latina-cattolica.

Non vorrei, restringendo lo sguardo su quest’aspetto, sminuire l’incanto di un opera ‘’in cui si rivelano, quasi con la scansione delle horae canonicae , l’Uno e il Tutto’’ come scrisse Tondelli nel suo Un weekend post moderno, però penso che questo breviario scritto da Coccioli durante un soggiorno in Texas offra, anche in questo senso, spunti di riflessione degni di nota. Già alle ore 12.11 – il libro è un minutario, i paragrafi sono quindi scanditi da una precisa cronologia – di Martedì 22 ottobre 1985, l’autore scrive: ‘’ …perché non avere compassione dei Fuentes, Cortázar, Vargas Llosa, Garcia Marquez, inutile vanità del defunto boom letterario latino-americano? Forse è buona letteratura, non so, ma io non le trovo nessun motivo di fascino; è assente la preoccupazione estrema, l’unica che conti, quella del mistero dell’essere. ‘’

Da qui in avanti ci saranno diverse stoccate contro questi scrittori, sempre nella forma della nota intima, in cui Coccioli si abbandona a una riflessione ma anche uno sfogo che parte sempre dalla propria quotidianità. Anche se il minutario non prende mai una svolta saggistica, io credo che che possa essere letto anche come un saggio sui generis, sfruttando l’entrismo di un punto di vista straordinario e delicatissimo, comunque obliquo. Questi scrittori, ampiamente trattati nel mio blog, in diverse note dell’autore toscano vengono raccontati come incapaci di scrivere intorno a un tema, vanitosi e malati di virtuosismi sterili. In varie parti, e in coerenza con la postura che Coccioli assume fin dal primo minuto, questa generazione di scrittori viene anche criticata per il suo impegno politico, visto da Coccioli come miope nonché parziale per capire la sofferenza degli esseri umani. E verso la fine del libro, quando l’autore si accinge a ritornare nella sua Città del Messico, che le prime punzecchiature si fanno critica aperta, per esempio nei confronti di Julio Cortázar: ‘’Incarnava ai miei occhi, lui predicante rivoluzioni latinoamericane dal suo appartamento di Parigi, una delle falsità del nostro tempo, e il mito di una genialità che non ho mai sentito tale.’’ In questa e tante altre note, ho letto una denuncia della povertà di spirito di tanti scrittori dell’epoca, o che all’epoca erano in auge: Piccolo Karma è stato scritto nel 1985.  Sono riflessioni brucianti ma leggere, scritte senza la gravosità del critico ma che fanno riflettere su un archetipo di uomo e scrittore. C’è poi, come costante leitmotiv, una sorta di dialogo a distanza con Borges che si instaura a partire da un libro preso in prestito dalla Public Library di Sant’Antonio, Texas. Con Borges l’autore scopre affinità profonde, si connette alla sua riflessione, divaga e scrive intorno ai temi più vari che riguardano il destino umano e la sfera mistica; bellissima la nota delle 22.02 del giorno 8 novembre sullo Gnosticismo e la cosmogonia di Basilide.

Seguendo la direttrice che suggerivo all’inizio, il libro offre anche tanti spunti per chi, oltre ad amare la letteratura latinoamericana, ama il castigliano. Nella fluidezza smaltata della sua scrittura, Coccioli sconfina dalla lingua italiana per entrare nel francese, l’inglese e lo spagnolo, lingua con cui fantastica addirittura un’unione – improbabile – con l’italiano, per me un sogno: Cervantes e Boccaccio che diventano una cosa sola. Le osservazioni sul Messico, gli Stati Uniti o la Colombia, sono argute e profonde ma non entrano mai nel vaneggiamento intellettuale; hanno d’altro canto sempre un riflesso nella lingua, come se l’importanza di un concetto dipendesse anche dalla bellezza delle parole con cui si può esprimere e dalla completezza della lingua in cui scegliamo di scrivere e parlare: ” In che lingua penso? Se esistesse una lingua dell’anima, e non potesse essere che una sola, quale lingua sarebbe la mia?

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Argentina, Uruguay

Io, mentre penso ad Arlt, a passeggio nella città che mi ha dato i natali.

E liberaci da Arlt, Amen.

Il 26 luglio del 1942 moriva l’autore portegno.

Attenzione a Borges, Kafka, Proust, Joyce, Arlt, Bernhard. Fai attenzione a quella prosa abbagliante o a quegli universi troppo intensi. Si attaccano alle tue parole come patelle. Quella gente non ha scritto così: era così.

Penso a queste parole scritte da Abelardo Castillo, adesso che i marciapiedi mi riportano verso i centri abitati, dove il traffico diminuisce e i negozi chiudono, e per la strada si palesano figure umane, ma anche maschere della commedia dell’arte, che mi fanno pensare ad alcuni degli scrittori sopra citati. Penso in particolar modo ai personaggi di Roberto Arlt quando vedo il benzinaio, l’immigrato in bicicletta, il negoziante che chiude la saracinesca, un vigile urbano grasso che si tira su la cintura, una mezza matta che attraversa la strada con una vestaglia celeste, smandrappata. C’è, nell’autore di Buenos Aires, una matrice dostoevskiana che si può riconoscere ad ogni angolo di strada. Si, forse la realtà fa a meno di certi virtuosismi stilistici, ma è ricca di parole sporche, lingue che si incontrano e si reinventano, uomini che toccano le vette dell’assurdo, che trovano nella cattiveria e nel piano diabolico gli ultimi sgoccioli di un’umanità che fatica a mantenersi tale. Penso che l’ottantesimo anniversario della sua morte si dovrebbe celebrare qui, a quest’ora. Sotto la luce al neon dei circoletti, tra i tappeti verdi e le immagini di Padre Pio e San Giuliano Martire. Forse sequenze dei suoi libri dovrebbero essere trasmesse dai megafoni sopra gli apecar che vendono il pesce, le patate e le cipolle oppure nei retrobottega dove si organizzano le bische. Credo che sia più realistico, però, assistere a una cerimonia presso l’istituto Cervantes, sempre ammesso che si faccia, che le sale non siano già occupate per parlare di qualche mezzacalzetta, e che si trovino relatori che sappiano raccontare questo genio e pronunciare il suo cognome; così difficile e ricco di mistero.

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Panamericana

La scuola argentina

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A volte mi domando se dicendo di essere un’appassionato di letteratura latinoamericana non dica in fin dei conti una bugia. A ben vedere, nonostante le regolari capatine nelle tradizioni letterarie di tutto il mondo, mi ritrovo sempre a leggere narrativa argentina. Innanzitutto bisogna dire che tra i miei argentini preferiti ci sono tanti uruguaiani i quali, oltre ad avere una parlata molto simile, hanno spesso trovato in Buenos Aires la città dove avviarsi alle lettere. Ma a parte questa breve deviazione geografica verso nord, anche se gli ”oriundi ” di questa letteratura meriterebbero un’analisi a parte, la narrativa argentina mi è sempre risultata più piacevole e interessante rispetto a quella di tutti gli altri paesi, dell’America latina e del mondo.

 

Sarà perché sono napoletano e amante del calcio, nato e cresciuto con il mito di Maradona e con una simpatia spontanea per un popolo e un paese che ho sempre percepito vicino. Potrebbe essere la fede che ho nei confronti dei consigli – impliciti o espliciti – di lettura che Bolaño ha dispensato nella maggior parte dei suoi libri e dei suoi racconti. Uno su tutti quello del racconto Sensini, contenuto nella raccolta Chiamate telefoniche: in questo racconto la voce narrante dice che la migliore letteratura di lingua spagnola è quella argentina e io, in linea di massima, sarei d’accordo. Ma aldilà della simpatia a pelle e della grande vitalità artistica che tale paese ha sempre espresso, c’è in questa letteratura la capacità di segnare il passo rispetto ad altre tradizioni come quella nordamericana ma anche quella novecentesca italiana; due tradizioni che rispetto e ammiro ma con le quali ho sempre un rapporto di odio/amore. C’è anche una peculiarità tutta argentina nell’ambito della letteratura ispano americana, ma procediamo con ordine e non prendiamoci troppo sul serio, perché tra virtuosismi e magnificenza i decani di questa tradizione ci hanno anche insegnato la leggerezza, la bellezza del diletto.

 

diegoboca

Il primo elemento che mi viene da considerare è la passione verso la lettura che la maggior parte degli scrittori argentini – e qui credo che sia veramente superfluo fare nomi – riescono a trasmettere. Nell’articolo precedente avevo provato ad analizzare quest’aspetto con riferimento alla metaletteratura, ma allargando il discorso e andando oltre i generi mi sembra che lo scrittore argentino sia prima di tutto un grande lettore, uno bibliomane che a leggere si è divertito, una donna o un uomo che ha trovato grande soddisfazione in quest’esercizio. A differenza del ” classico ” scrittore italiano – per esempio – che è molto spesso un erudito e/o un animale politico, la tradizione argentina è ricca di autori che magari nella vita si sono dovuti dedicare a tutt’altro,  quelli maturati nel seno dell’esilio politico per esempio, ma che nonostante questo non hanno rinunciato a un gusto spesso ossessivo per la lettura. Qui si innesta un secondo aspetto che è quello della passione per il gioco declinato in senso letterario ma non solo. Sono tantissimi gli autori argentini che in fondo mantengono un profilo da eterno bambino, artisti che scrivendo si sono divertiti a sfidare un mondo violento, nonché un mercato che dallo scrittore sudamericano si aspettava sempre la stessa cosa: un libro sui desaparecidos.  Lontani dal modello dello scrittore che vive con il mondo sulle spalle – così caro per esempio al pubblico italiano – sono tanti gli argentini e le argentine- penso a Cortázar su tutti ma anche a Borges – che si sono presi il lusso di rovesciare il tavolo della realtà, rischiando delle scivolate dal punto di vista civile che forse ci sembrano insopportabili ma che hanno contribuito a creare grandi opere. Questi due aspetti si uniscono secondo me nella riflessione di Rodrigo Fresán, il quale sostiene che gli scrittori si dividono in due macro categorie: i lettori che scrivono e gli scrittori che leggono. Pues, mi verrebbe da dire che la letteratura argentina è ricca di lettori che scrivono e che scrivendo – oltre a raccontarci una storia o divulgare un’idea – riescono a trasmettere una passione smodata per la lettura, e qui veniamo a un terzo aspetto che è quello della sacralità della letteratura. Parlo di sacralità perché oltre alle doti intellettuali, in scrittori come Cortázar, Castillo, Borges, Fogwill, Fresán, eccetera, ritrovo una capacità di donare qualcosa alla disciplina – la scrittura e le sue convenzioni – che rende queste persone a pelle più simpatiche; come se nello scrivere c’avessero fatto un dono: qualcosa in più della patetica, ma forse inevitabile, produzione di ego. Una caratteristica che ha a che fare con il cuore, una propensione a dare, a consegnarsi totalmente all’opera, che oggi ci regala creazioni memorabili. A questi tre aspetti aggiungerei un altro elemento che spesso traspare tra le biografie e anche le pagine di tante autrici e autori di questa terra: la letteratura vissuta come sfida al professionismo; quell’approccio un po’ boemio un po’ menefreghista che porta a considerare quest’esercizio come qualcosa di lontano da un mestiere; nella migliore delle ipotesi un mestiere effimero, come ebbe modo di dire Bolaño, giusto per citare uno tra i grandi eredi di questa tradizione.

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Panamericana

Metaletteratura ispanica:un modo di imparare a leggere abbandonandosi al gioco.

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Mi sono spesso domandato se non fosse il caso di fare, attraverso le pagine del blog, un punto sull’esercizio della lettura. Mi chiedo allora se la letteratura ispano americana, con il suo bagaglio di esperienze metaletterarie e metanarrative, sia una buona sponda da cui riflettere su questo argomento. A mettere insieme le perle che vengono dal continente faremmo notte, non basterebbe di certo l’articolo su di un blog. Però, prendendo come riferimento i libri di cui ho parlato qui su SettepaZZi e stringendoci temporalmente negli ultimi due decenni, possiamo tracciare una mappa utile per orientarci e trarre, per quanto parziali, alcune conclusioni. La prima riflessione che mi verrebbe da fare è la seguente, e credo sia necessario partire con una domanda: la letteratura quando parla di se stessa genera più entusiasmo nei confronti delle convenzioni letterarie oppure no ? La metaletteratura ci avvicina ai libri?  Io direi che mettendo da parte la più recente letteratura europea – in cui, salvo eccezioni, mi sembra che gli scrittori scelgano come soggetto la letteratura quando non sanno di cosa parlare – il discorso metaletterario ( e in parte anche metanarrativo) innescato da tanti sudamericani riesca a generare una curiosità più profonda e strutturata: non siamo quindi meri lettori passivi che prendono e apprendono trame piuttosto che nozioni, ma come lettori diventiamo noi stessi protagonisti di un gioco vivo, in qualche modo attraversabile.  Non possiamo non partire dall’onnipresente Bolaño di Chiamate telefoniche e i Detective Selvaggi. In questi due libri vediamo come l’esperienza del poeta e dello scrittore venga declinata in tutti i modi – possibili e impossibili. La vita dei protagonisti è un’avventura letteraria ed è quasi sempre l’avventura letteraria a spingerli fuori dall’età adolescenziale e dentro conflitti – all’interno di condizioni – da cui sembra impossibile uscire: callejones sin salidas. Qui non ci dilunghiamo su altri tratti dell’opera del cileno, come quelli che emergono dalla Letteratura nazista in America, dove l’aspetto meta-letterario incontra anche quello fantastico, di matrice borgesiana. Vila Matas però – che non è sudamericano ma ha un grande vincolo con questa letteratura – si è spinto più avanti nella sua produzione, capace di tematizzare questioni assurde con un’originalità e un’autorevolezza fuori dal comune. Come scritto da Juan Villoro: ‘’ sus historias se postulan como una segunda realidad. Vila Matas llega después; observa lo ya narrado con ojo insólito, y discute lo occurido.’’ Il suo interesse per le scrittrici e gli scrittori che rinunciano a scrivere, che fanno del rifiuto – e quindi l’assenza – la cifra del proprio talento, riesce a fornirci uno sguardo inedito e acuto sulla letteratura. Bartleby e compagnia di Vila Matas, per esempio, è un breviario che raccoglie una lista di scrittori che nonostante un talento riconosciuto si sono rifiutati di scrivere, o di continuare a farlo: forse l’esempio più famoso è quello di Salinger. È evidente che solo il genio di Vila Matas può indagare la vita di uno scrittore che non scrive, uno scrittore che non esiste in quanto tale. Qui, o almeno su questo aspetto, la proposta di Vila Matas supera quella di Bolaño per audacia ma anche per spirito anti-realista: tra le allucinazioni degli scrittori di Bolaño si può leggere comunque il grido d’allarme di una generazione, con una specifica collocazione geografica e forse anche socio-politica. Per citare un altro libro recensito in questo blog, in Lascia fare a me di Mario Levrero il protagonista è addirittura un manoscritto e il viaggio verso la provincia di uno scrittore fallito che si mette sulle tracce di un’autrice anonima, è l’occasione per dispensare pillole sulla lettura, la scrittura, il viaggio e la malattia. Questi libri – e mi scuserete se mi riferisco per comodità solo a libri recensiti in questo blog – aldilà dei gusti che sono sempre personali, provocano una curiosità – ergo dipendenza – che ci costringe ad andare a fondo nei modelli e i processi: siamo parte di un gioco e per godercelo fino in fondo abbiamo bisogno di conoscere un po’ tutte le regole: quelle di Borges, Arlt, Hernandéz, ma anche quelle di Quiroga, Puig, Cortázar,eccetera,eccetera. Con la metaletteratura ci divertiamo, ridiamo alla lettura quella capacità di restituirci conoscenza: è anche esercizio di memoria, capacità di leggere con la matita su l’orecchio. Carte false o La storia dei miei denti di Valeria Luiselli, per continuare a restare nel perimetro del blog, sono degli ottimi esempi di tutto ciò che abbiamo detto finora: sono libri che leggiamo meglio se ne abbiamo letti altri, sono libri che leggiamo diversamente dopo aver letto Walser o Sebald. Direi quindi che la meta letteratura sia forse un punto di vista privilegiato per giudicare l’esercizio – ma anche l’arte – della lettura, e che nel contesto ispano americano siano tantissime le autrici e gli autori che con originalità percorrono questo cammino, fuori dalla logica asfissiante del realismo e dei generi perché, in ultima istanza, la meta letteratura è anche una possibilità di rompere i generi, attraversarli: e Dio solo sa quanto bisogno abbiamo di leggere libri impossibili da catalogare. Per chiudere questo mosaico, credo che al lettore italiano manchi la traduzione di un altro libro che ho commentato sulle pagine di SettepaZZi; No leer di Alejandro Zambra, un vero e proprio GPS letterario. Raccolta di articoli giornalistici e piccoli saggi, è un ottimo esempio di libro sopra la righe; ma anche di come il gioco sia l’essenza della lettura e chissà della letteratura tutta.

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Approfondimenti e divagazioni Vila Matas

La tumba de Moby Dick

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Quizás, esta cuarentena haya servido por algo; por ejemplo volver a encontrar cositas que perdimos con el  tiempo. Aquí os dejo el enlace para disfrutar de una de las charlas más divertidas sobre la literatura. Los protagonistas son Eduardo Lago y Enrique Vila Matas, festival Kosmopolis, año 2011. Pues, en la esperanza de volver a gozar de este festival tan bonito y participado, es la hora de valorar los archivos; cajitas donde se hallan perlas preciosas.

 

https://www.cccb.org/es/multimedia/videos/kosmopolis-11-la-tumba-de-moby-dick/212124?fbclid=IwAR0NCC55E5LRrd1iH__rODPYCXl-X_nDYVKXYSixWygWL2OxVSJvxQVD3bM

 

 

 

 

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Argentina, Uruguay

Il pregio di essere scrittori solo quando si scrive

CESAR

 

 

Un articolo di Marco Archetti uscito il 19 aprile sul Foglio. Parla di César aira.

 

https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2020/04/19/news/il-pregio-di-essere-scrittori-solo-quando-si-scrive-313096/?fbclid=IwAR1-NUYDdeALAw3X0OxPcAvvUxyXLx7_2csvDHKyQqQpsTvtu40cWCZWjgU

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Argentina, Uruguay classici

Nadie encendía las lámparas di Felisberto Hernández

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Se non avessi letto i racconti di Hernández non sarei diventato lo scrittore che sono oggi. – Gabriel García Márquez

 

 

 

Ho sempre aggiornato il blog con parsimonia, rispettando il principio di pubblicare solo quando ho qualcosa da dire e poi quello di restare fedele al canovaccio che seguo da circa due anni: farne un blog di riflessione sulla letteratura latinoamericana, utile al lettore di lingua italiana e non solo. La situazione in cui ci troviamo in questo momento, con l’impossibilità di andare in biblioteca o in libreria e aggiunta al fatto che non mi trovo a casa mia, mi impedisce di scrivere degli autori e dei libri che vorrei. Per questo stasera proporrò un video in cui leggo l’incipit di un racconto di Felisberto Hernández, scrittore che leggo un po’ come leggo Joyce: con grande interesse ma senza capirci niente. Sono sempre recalcitrante quando devo parlare di uno scrittore che non capisco fino in fondo, ancora di più nel caso di Felisberto Hernández che rappresenta un unicum difficile da raccontare e che sento di dover leggere ancora per molto. Spero quindi con questo video di stimolare il lettore leggendo, chi lo conosce e come me fa fatica a comprenderne le strutture e chi ignora questo originalissimo talento. Il racconto fa parte della più ampia raccolta dal titolo Cuentos selectos edito dalla casa editrice Corregidor di Buenos Aires, anno 2018. In italiano suoi racconti sono stati pubblicati dalla casa editrice La nuova frontiera.

 

 

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Bolaño

Chiamate telefoniche

chiamate

 

 

Il ricordo che lascia un libro è più importante del libro stesso.

Gustavo Adolfo Bécquer.

 

 

Chiamate telefoniche è un libro di Bolaño che ha lasciato, forse a tanti di noi, un ricordo indelebile, qualcosa che va oltre l’apprezzamento verso un libro o un opera d’arte in generale. Del periodo in cui lessi questi racconti ricordo quasi tutto, dal momento in cui un corriere dalla pelle marrone bussò al campanello di casa mia per consegnarmelo alle serate che trascorrevo a leggere e rileggere. Vivevo nella periferia piatta e grigia di Amsterdam. In un bazar gestito da un surinamese con due biglie celesti al posto degli occhi comprai un paio di candele. Il tizio mi guardò con quegli occhi color azulejos, poi mi disse qualcosa in Papamiento che non capii. Questo è solo un aneddoto insignificante della mia vita con questo libro sotto al braccio, e ne potrei raccontare tanti altri simili, cosette futili, quisquilie, che hanno assunto un valore grazie alla copertina rossa di Chiamate telefoniche. Le candele mi servivano per leggere, es cierto. Il senso di avventura che sprigionavano quelle pagine era così forte che non potevo sminuirle con una lettura medica, di luce artificiale. Oggi mi diverto a rivedere tutte le frasi che ho sottolineato e a rileggerle con lo spirito della rivelazione:

 

 

Le analogie mi confondono soltanto.

 

Mi spiegò come erano andate le cose. Era semplice, era incomprensibile.

 

Quando un uomo dice che ha tempo è già in trappola e con lui una donna può

fare quello che vuole.

 

La sua presenza, la sua fragilità, la sua spaventosa superiorità , ad alcuni serve

da stimolo o da monito.

 

A distanza di anni penso che Chiamate telefoniche sia stato uno di quei libri che ha reso la vita sopportabile. Di quel periodo non riesco ad avere brutti ricordi. Oddio, ogni tanto ripenso a quanto sporco era il pavimento della metropolitana, l’acqua che entrava negli scarponi dopo il ritorno in bicicletta, la paura di finire sotto un tram che parlava una lingua così poco familiare. Ma è solo un attimo, un piccolo lampo di luce nera, strano vero? Poi ripenso al libro e tutto diventa diverso, in qualche modo erotico. Chiamate telefoniche ha cambiato il mio modo di leggere, di stare in silenzio e relazionarmi con gli altri. Ogni uomo e ogni donna che incontravo in quei giorni erano già passati per quelle pagine. Erano dei racconti aperti, attraversabili. Ogni sagoma femminile che assaporavo da dietro le tende dei vicini era quella di Joanna Silvestri.

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Argentina, Uruguay

Scrittore fallito di Roberto Arlt

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Il tango costeggia la terra dell’angoscia, dove le donne calzano scarpe viola e le facce degli uomini sono mappe di sfregi e coltellate.

 

Scrittore fallito, edito dalla casa editrice Sur nel 2014, è una raccolta di racconti che mette insieme dodici perle di Roberto Arlt. Oltre ad essere dei racconti belli da leggere per la potenza estetica, questo libro è un buon esempio di grande qualità narrativa che, abitualmente, si associa al romanzo. In questo libro, invece, è proprio lo spezzettamento – fatemi passare il termine –  tipico della raccolta di racconti che esalta la bellezza delle storie, la cura estetica, il coraggio stilistico di un autore che ha lasciato il segno nella letteratura argentina e non solo. La tensione drammatica dell’opera di Arlt rappresenta un unicum,  i protagonisti di questi racconti si muovono in ambienti lacerati e insalubri, in cui la perfidia sembra essere uno degli ultimi sussulti d’umanità. La forma breve convive con una certa verbosità, in un’opera originalissima, che non ha lasciato indifferenti le migliori penne del novecento latino. Al centro di una riscoperta importante, soprattutto in Italia e Spagna, in questo blog ho già scritto un pezzo su  Aguafuertes porteñas  – Acqueforti di Buenos Aires -mentre alla sua opera maestra – Sette pazzi, Los siete locos –  ho deciso di dedicare il nome del blog. In questo volume si mettono insieme storie che hanno determinato la fama dell’autore e altre poco conosciute, inedite al lettore di lingua italiana, e sembrano esserci tutti gli ingredienti per assaporare l’universo arltiano : un mondo di farabutti e falliti, avventurieri che si muovono tra visioni fantastiche e realtà opprimenti, piccoli borghesi sull’orlo dell’impresa e del collasso. Ladri, mezze seghe, artisti involuti e criminali; malati di tisi e vecchi arnesi destinati al manicomio. La matrice dostoevskiana è evidente in questi racconti e in tutta la produzione dell’autore portegno. Così come è chiaro l’estro, il virtuosismo stilistico capace di esaltarsi in pagine sdrucite, ricche di parole sporche.

Finalmente, il 16 marzo, la nave funesta salpò. Salpò e, come disse il saggio, mezza città rise dell’altra metà che piangeva.

Il monologo drammatico di Ester Primavera, un folle filantropo dedito a distruggere l’istituzione del matrimonio in Eugenio Delmonte e i 1300 fidanzati; le vicissitudini angoscianti che trasuda Scrittore fallito – racconto che dà il titolo all’intero libro: in questi dodici racconti, l’autore si misura con il genere fantastico, il dramma e l’avventura picaresca; tutto condito da un senso dell’umorismo irritante e demolitore che sarà un po’ la cifra della riscoperta – e della rivincita – di questo genio dal nome impronunciabile.