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Approfondimenti e divagazioni Panamericana

10 libri o racconti per entrare nella tradizione dei cuentos.

In questi tre anni di vita del blog ho parlato di letteratura latinoamericana provando a rimanere fedele all’idea originaria, e cioè quella di scrivere riflessioni di un lettore che si addentra in una tradizione letteraria e condivide le epifanie. Con il tempo ho scritto anche recensioni e articoli di approfondimento, riflessioni sull’esperienza di leggere in spagnolo e, più in generale, su cosa significhi leggere in un’altra lingua. Con questo pezzo e in prossimità delle vacanze, vorrei provare a fare una prima sintesi di questi anni a partire da ciò che ho imparato con riferimento a un genere in particolare: il racconto breve. La classifica che sto per stilare è, ovviamente, individuale e risente del mio gusto e delle mie letture. Molti dei racconti o dei libri di racconti, sono stati già recensiti sulle pagine del blog, tanti altri no. Alcuni li ho letti tradotti in italiano, altri in castigliano; per alcuni di questi c’è una traduzione in italiano, per tanti altri non c’è ancora. I dieci testi che vi elencherò sono, dal mio punto di vista, una sorta di passaporto che non solo agevolerà la conoscenza della vasta tradizione dei cuentos ma permetterà anche al neofita di affacciarsi al genere del racconto breve. Proverò a seguire un ordine cronologico e farò dei rimandi ad altri pezzi che ho scritto negli ultimi tre anni.

1La Gallina degollada, La gallina sgozzata di Horacio Quiroga

Racconto che fa parte del libro Cuentos de amor de locura y de muerte. Libro straordinario, se non riuscite a recuperarlo tutto, in lingua o tradotto, vi raccomando di leggere almeno La Gallina degollada. Con un pezzo dell’anno scorso condividevo una traduzione proposta da una rivista letteraria italiana: https://settepazzi.wordpress.com/2020/11/06/la-gallina-sgozzata/

2 – El libro de Arena, Il libro di sabbia di Jorge Luis Borges

Facciamo un salto di più di mezzo secolo rispetto al primo testo che vi suggerivo. In un mercatino di libri di seconda mano di Barcellona, un uomo chiese a un libraio consigli su cosa avrebbe dovuto leggere per approcciare la letteratura iberoamericana . Il libraio gli agitò davanti agli occhi El libro de arena senza dire una parola. Credo non ci sia spot migliore per questa perla, in italiano c’è una pubblicazione di Adelphi con traduzione di Ilide Carmignani.

3 – Final del juego, Fine del gioco di Julio Cortázar

Ecco qua, ho già perso l’ordine temporale, perché questo libro di Julio Cortázar temporalmente si colloca tra il primo e il secondo della classifica, pazienza. Qualcuno si starà chiedendo il perché della foto della versione portoghese. Perché lo presi alla feria del libro di Lisbona quando vivevo in Portogallo e, oltre che al testo, sono affezionato anche all’oggetto libro. Altro testo imprescindibile per chi vuole approfondire questa tradizione e avvicinarsi al genere del racconto. In italiano c’è una stimata traduzione edita da Einaudi.

4- La larga risa de todos estos años di Rodolfo Fogwill

Questo racconto fa parte del libro Muchacha Punk, pubblicato sul mercato europeo agli inizi degli anni Novanta. Non sono mai riuscito a trovare la raccolta completa e mi sono adattato leggendo racconti sparsi qua e là. Per questo consiglio di recuperare almeno La larga risa de todos estos años per chi può leggerlo in spagnolo. Il testo si trova pure in rete. Temporalmente ci troviamo tra il 1975 e il 1978, testo di grande qualità, offre pure uno spaccato importante sull’Argentina dell’epoca.

5- Llamadas telefónicas, Chiamate telefoniche di Roberto Bolaño

Non dire Bolaño, non dire Bolaño, non dire Bolaño: Bolaño

Chiamate telefoniche è uno dei migliori libri di racconti che abbia mai letto in assoluto. Ho letto la traduzione di Barbara Bertoni, libro pubblicato da Adelphi. Correva l’anno 2012.

Vediamo se riesco ad arrivare alla fine della classifica senza nominarlo di nuovo.

6- Los culpables di Juan Villoro

Un libro straordinario, racconti bellissimi. Due anni fa su questa raccolta scrissi un pezzo molto apprezzato. Io ho letto la versione in lingua originale pubblicata da Anagrama e so che il libro è stato tradotto anche in italiano. Per chi fosse curioso ripropongo la mia recensione: https://wordpress.com/post/settepazzi.wordpress.com/239

7- Nadie encendía las lámparas di Felisberto Hernández

« Vedo in lei un personaggio solitario che farebbe amicizia con un albero!»,

« Non creda; non potrei invitare un albero a passeggiare!».

Questo è solo un pezzettino del dialogo del racconto Nadie encendía las lámparas. Un racconto che, dal mio punto di vista, va letto almeno una volta all’anno. La traduzione del dialogo è mia visto che ho sempre letto questo racconto in spagnolo, all’interno di una selezione di una casa editrice di Buenos Aires. Ad ogni modo, La nuova frontiera lo ha pubblicato in italiano una decina d’anni fa con il titolo Nessuno accendeva le lampade. Con Hernández invertiamo di nuovo l’ordine cronologico e facciamo un salto all’indietro. Autore che rappresenta un unicum, credo sia comunque giusto inserirlo in questa classifica per il valore letterario e per l’influenza che ha esercitato su tante scrittrici e scrittori.

8 –Cuentos de Santa Maria di Juan Carlos Onetti

Sulle pagine di questo blog si è già parlato, ovviamente, di Onetti ma mai con riferimento ai racconti brevi. Los cuentos de Santa Maria è un’opera interessante per chi vuole fare un giro nella Macondo onettiana e leggere storie di una matrice diversa ma che si incastrano alla perfezione in questa classifica. Lessi questi racconti in spagnolo da un libro preso in biblioteca, l’autore è al centro di una riscoperta in tutta Europa e credo che anche le short stories siano state tradotte in italiano.

9-Petali e altri racconti scomodi di Guadalupe Nettel

Forse sono riuscito a ripristinare il criterio cronologico, visto che questi racconti sono stati recentemente tradotti in italiano e pubblicati da La nuova frontiera. Si è parlato molto di quest’autrice messicana in merito ai romanzi e io suggerisco di leggere anche i racconti, magari incominciando da questo libro.

10 – Sette case vuote di Samanta Schweblin

È uno degli ultimi libri che ho recensito per il blog. Opera del 2015, di recente tradotta in italiano. Per chi fosse interessato lascio il link: https://wordpress.com/post/settepazzi.wordpress.com/594

Autrice con una traiettoria straordinaria e in cui si sente il magistero di alcuni degli autori che ho menzionato in questa classifica.

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Panamericana Poesía sin fin
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Approfondimenti e divagazioni Narrativa di lingua spagnola

Mi ha scelto come si sceglie un libro in una biblioteca. Non so se mi ha scelto per via del titolo, la rilegatura, la copertina, la stampa o per la mia collocazione fra tutti i libri. Non so che tipo di testo sono stato per lei.

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Argentina, Uruguay Narrativa di lingua spagnola

Sette case vuote di Samanta Schweblin

Credo di essermi avvicinato a questo libro per due motivi principali. Il primo è che mi hanno sempre attirato le autrici e gli autori che hanno un cognome impronunciabile, non a caso questo blog porta il nome di un romanzo di Arlt. E il secondo, forse ancora più banale del primo, è l’assonanza che il titolo di questo libro ha con il celebre Sette storie gotiche di Karen Blixen. Più in generale, è un momento in cui guardo con sempre maggiore curiosità ai libri di racconti, perché mi sembra ne stiano uscendo di più e di grande qualità e poi come si può parlare di letteratura latino-americana senza parlare del racconto?

Samanta Schweblin è un’autrice di fama internazionale, suoi romanzi sono stati pubblicati con successo anche fuori dall’Argentina. In questo lavoro la scrittrice portegna sembra inserirsi nel solco della tradizione dei racconti di terrore, con un’ambientazione gotica che dialoga a distanza con Quiroga e un’architettura labirintica che parla invece con Cortázar; due padri del cuento ispano-americano. La cosa che mi è piaciuta di più di questo libro è proprio il fatto che di libro si tratti e non semplice raccolta di racconti: il lettore non ha il tempo di domandarsi che cosa stia leggendo e una dopo l’altra le storie scorrono, tenute in piedi da un filo invisibile che le unisce e le rende complementari. I racconti di Schweblin hanno un ritmo notevole e puntano alla trasmissione di una fisicità ansiogena, ogni storia viene innescata da un piccolo elemento inafferrabile che conferisce fascino e spettralità all’insieme. Il lettore le attraversa in un gioco dedaleo, tipicamente sudamericano, nonostante una scrittura rapida e concisa che attinge anche dalla tradizione della short story nordamericana. È con Il respiro cavernoso – la più lunga delle sette storie – che il lettore viene incalzato, spinto in un universo che non sembra finire mai perché ti lascia quella voglia di leggerne ancora un’altra, il che significa che la scrittura è ammaliante e il libro – molto semplicemente– ha funzionato. Personalmente il racconto che mi è piaciuto di più è Un uomo sfortunato, amo la narrativa breve e raramente riesco a leggere racconti così ben congegnati dal punto di vista della trama e del ritmo, una velocità d’esecuzione supportata da frasi corte che aggiungono ricchezza e bellezza al testo.

Edito da edizioni Sur e tradotto dal castigliano all’italiano da Maria Nicola, il titolo originale è Siete casas vacías; l’opera è del 2015 ed è stata insignita del IV premio internazionale di narrativa breve Ribera del Duero.

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Approfondimenti e divagazioni Narrativa di lingua spagnola

Años lentos di Fernando Aramburu

Con questo libro voglio provare ad allargare un po’ la traiettoria del blog e farlo proprio in un momento in cui, preso da altre cose, faccio fatica a dedicarmici come ho fatto in questi anni. Credo di aver già spiegato che Settepazzi è innanzitutto il blog di un bibliomane appassionato di letteratura latino-americana e anche il racconto di chi legge in lingua e trasmette le sue esperienze. Non vivendo più a Barcellona e non essendo più socio di una delle più grandi biblioteche spagnole, faccio forse fatica a tenere il passo di prima, però non ho perso la passione e allora vorrei aprire a tutti i libri di lingua spagnola, non necessariamente ispano-americani, e parlare di una perla trovata nel catalogo di una libreria civica di Torino, città dove vivo ora.

Era da tempo che volevo leggere Aramburu, autore spagnolo da anni trapiantato in Germania e che è diventato noto al grande pubblico con Patria, il suo romanzo che ha ispirato una serie televisiva di successo. Il libro è Años lentos, un romanzo breve che in italiano è stato pubblicato da Guanda, nell’anno 2018. Ne voglio parlare perché, sempre restando nel perimetro del blog, Aramburu è uno scrittore di punta della lingua spagnola e poi perché questo lavoro merita per bellezza, intelligenza, solidità. Ambientato alla fine degli anni Sessanta nella città basca di San Sebastián, Anni lenti è un affresco favoloso della Spagna di quei tempi, raccontata attraverso gli occhi di un bambino che va a vivere in casa della zia, una famiglia umile e segnata dalle convenzioni sociali e religiose in cui la storia entra come un corpo estraneo, un meteorite destinato a devastare e disordinare una vita tanto difficile quanto autentica. Attraverso l’espediente di una voce narrante che racconta in prima persona dialogando con lo stesso autore, conosciamo la vita di un bambino di otto anni, sua zia Maripuy, lo zio Vincente, la cugina e il cugino, il giovane Julen che resterà coinvolto nella nascita di una cellula dell’Eta grazie – o per colpa – all’azione di proselitismo di un prete nazionalista. Sebbene l’intera narrazione sia segnata da un realismo duro e a tratti struggente, ai capitoli si alternano gli appunti dell’autore che rende partecipi i lettori della costruzione del libro in un delicatissimo equilibrio metanarrativo. A parte il fatto che ho trovato divertentissimo e molto intelligente questo gioco, penso che sia anche raro trovare un romanziere così capace di coniugare la crudezza con il racconto delle tecniche attraverso le quali questa prende forma nella finzione, compresa la scelta delle parole, le digressioni in un’epoca in cui si parlava una lingua diversa, in un contesto familiare e sociale povero dal punto di vista economico e culturale. Nella discesa negli inferi della famiglia e l’intimità dei suoi componenti, credo che il fulcro del romanzo sia Julen, il cugino maggiore del bambino che, dialogando con l’autore, si concede ad Aramburu come voce narrante. Tra il quartiere e la fabbrica, la famiglia e la vita cattolica, Julen con la sua figura racconta l’embrione di quella che sarà una lotta violenta che segnerà i baschi dalla fine degli anni Sessanta fino ai giorni nostri, se consideriamo che l’Eta si è definitivamente sciolta solo di recente, nel 2018. L’autore, anzi il narratore prestato che confida quasi come un pentito o uno spione, riesce ad aprire una breccia attraverso una lingua abissalmente ignorante in grado però di far vivere personaggi straordinari e profondi, sotto un certo punto di vista miseri, di una miseria di cui però il lettore riesce a cogliere gli aspetti e le sfaccettature, una miseria che nasce nel Paese Basco di quell’epoca ma in cui si può riconoscere un lettore cresciuto da qualsiasi altra parte, soprattutto nel mediterraneo e l’atlantico cattolico. Nel breve corso del romanzo la vita dei personaggi principali e secondari subirà una e più rotture, ma anche un epilogo positivo, quella somma di denaro che Julen, emigrato in America dopo un’esperienza di latitanza in Francia, regalerà al cuginetto voce narrante, somma che gli permetterà di studiare e crescere, poter raccontare la storia della famiglia che lo accolse in una giornata grigia dell’anno 1968.

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Approfondimenti e divagazioni Argentina, Uruguay Panamericana

Juan Carlos Onetti, Roberto Arlt e le strade del Sudamerica

Un articolo di Giovanna Taverni, uscito oggi su L’indiependente:

Juan Carlos Onetti, Roberto Arlt e le strade del Sudamerica

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Panamericana

Il sistema del tatto di Alejandra Costamagna

Corriere e Cordigliera. Curare un blog di approfondimento sulla letteratura latino-americana significa occuparsi anche di spostamenti, vite sradicate, memorie fatte a pezzi e ricordi che si inchiodano in paesaggi desolati e spettrali: spazi aperti soffocanti. È quello che succede anche in questo libro, partorito da una delle penne più fresche e affermate della letteratura cilena e di lingua spagnola. Il sistema del tatto di Costamagna, pubblicato in Italia da Edicola edizioni nel 2018, è un libro smilzo e caldo, un romanzo spezzettato e unitario che assume le sembianze di un memoir volutamente slabbrato. Ania – la protagonista – è un’insonne quarantenne, vive una vita precaria in cui non sembrano esserci riferimenti solidi. Suo padre le chiede di andare nella cittadina di Campana, in Argentina, per salutare il cugino morente e per lei inizia un viaggio dal Cile che significa viaggiare attraverso un’identità familiare, ma anche un muoversi nel tempo, tra i ricordi di una famiglia di origini italiane. Nella casa dei nonni dove trascorreva le estati, Ania spera di riconciliarsi con le sue origini, con quel qualcosa che sembra inesorabilmente mancare nella sua esistenza. Qui, nella stessa abitazione in cui il cugino Agustín ha trascorso le ultime ore di vita, rimane intrappolata nei ricordi, i fantasmi dei suoi parenti e dei loro problemi. La memoria stesa sulle pagine, tra le parole, viene scandita dalle reminiscenze della macchina da scrivere su cui Agustín si esercitava come dattilografo e dai ricordi della prozia Nelida, donna segnata dalla separazione da un Piemonte lacerato dalla guerra. Nella casa vuota e vecchia che simbolizza la fine di una famiglia, Ania ritorna ad essere ciò che era durante quelle estati da piccola nei prima anni Settanta: la chilenita. Foto, appunti di viaggio, carte sgrammaticate e pagine battute a macchina. Non c’è nemmeno il tempo di fantasticare sulla possibilità di trascorrere un autunno a Campana che i fatti costringono l’insonne protagonista al ritorno verso l’Argentina, la costatazione che la sua patria è ancora (o sempre) un’altra. Corriera e Cordigliera. Ma anche treni, aerei. Ferite che si tramandano di generazione in generazione, parenti che vengono ad abitarci per toglierci il sonno: il destino di Ania sembra essere segnato dalla separazione che soffrirono i suoi antenati, un viaggio lungo un oceano che le entra dentro e leggere questo libro è un po’ come leggerle i tarocchi mentre sbadiglia e trasalisce quando qualcuno bussa ad una casa che ora si deve vendere o demolire, due verbi che in questo romanzo suonano come sinonimi.

PS: perché ho iniziato il pezzo con la corriera? Non credo ci sia una corriera in questo libro, eppure è come se l’avessi letta e vista. Di sicuro ci sono le navi, i piroscafi, i manuali vecchi più di cent’anni che indicavano agli emigranti italiani come comportarsi in terra argentina. Parole solide e antiche, burocratiche e per niente solenni, che raccontano i problemi senza tempo delle migrazioni.

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Panamericana

La gallina sgozzata

Oggi segnalo l’uscita del numero uno di Rigenerati, collana della rivista Tre racconti. Innanzitutto perché sono un ammiratore delle riviste letterarie le quali, negli ultimi anni, hanno contribuito a creare un fecondissimo sottobosco di lettori ed autori appassionati del racconto, e poi perché in questo numero – Rigenerati è una collana che si propone di riproporre vecchie short stories – ho avuto modo di rileggere un racconto che è forse uno dei migliori della storia della letteratura latinoamericana e non solo. Il racconto in questione è La gallina degollada dello scrittore uruguaiano Horacio Quiroga, fa parte del libro Cuentos de amor, de locura y de muerte, un libro vecchio più di cent’anni e la cui lettura mi diede una scossa difficile da dimenticare. Nato alla fine dell’Ottocento e ispirato da autori quali Poe, Dostoevskij, Cechov e Maupassant, è stato lui stesso punto di riferimento per la migliore lettura ispano-americana del ventesimo secolo. Il racconto, tradotto in italiano, è seguito da una breve postfazione che spiega con puntualità l’arte di Quiroga e la sua importanza per lo sviluppo della narrativa breve del tempo. Nello stesso numero sono presenti altri due racconti tradotti in italiano: Dalla finestra di H.G Wells e Vita sognata e vita reale di Olive Schreiner.

Non credo sia necessario aggiungere altro. Di seguito il link per leggere la rivista, si può scaricare gratuitamente il pdf oppure si può sfogliare cliccando sulla copertina:

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La figlia unica di Guadalupe Nettel

Prima di leggere questo libro ho dovuto combattere contro un pregiudizio che resiste forte nella mia testa di lettore. Lo scetticismo che istintivamente ho nei confronti dell’hype che spinge una nuova uscita, e il fatto di aver trovato una recensione di questo libro in tanti blog e in alcuni inserti culturali di quotidiani – c’è ancora qualcuno che li legge? – mi ha persuaso per diverse settimane a scartare La figlia unica come primo libro per conoscere Guadalupe Nettel. Poi c’è la malinconia che molto spesso mi prende quando leggo in italiano un libro scritto in spagnolo, ed ecco qui la lettura di questo romanzo pubblicato da La Nuova frontiera, a insegnarmi che l’hype non sempre si sbaglia e che nella traduzione non sempre c’è perdita, anzi.

Credo che il segreto di questo romanzo stia in due elementi: lo stile e la struttura. La scrittura sembra semplice, nel senso che la lettura scorre veloce e senza eccessive complicazioni. Nonostante ciò, la lingua è potente e i temi trattati sono serissimi, si alternano con scioltezza nel corso della narrazione e assumono nuove forme a mano a mano che cresce la consapevolezza della voce narrante sulle questioni legate alla maternità, le disuguaglianze di genere, l’irriducibile unicità di ogni esperienza umana, la necessità di dare nuove forme all’istituto della famiglia. La struttura segue poi un canovaccio che, forse, è il mio preferito. Una costruzione che per quanto unitaria riesce ad essere anche frammentata. I capitoli sono brevi e la leggerezza non toglie tensione drammatica. C’è sempre spazio per l’ironia tra un momento e un altro di strazio e alla fine della lettura ho avuto la sensazione che un romanzo sull’accettazione si possa scrivere solo in questo modo. La figlia unica è la storia di tre donne, ognuna a modo suo impegnata con le problematiche legate alla maternità. Alina aspetta una bambina e l’ecografia rivela che la nascitura ha una malformazione che forse non le permetterà di sopravvivere al parto. Laura è la sua amica e attraverso il travaglio di Alina si avventura in un territorio nuovo, un modo di comportarsi che sembra contraddire la sua avversione per la maternità. Doris è la vicina di Laura, con una storia difficile alle spalle, è la madre sola di un bambino ingestibile: i due sembrano entrare in maniera irreversibile nella vita di Laura.

Guadalupe Nettel è un’autrice di Città del Messico. Suoi romanzi e raccolte di racconti sono stati pubblicati in Italia da Einaudi e La nuova frontiera. Come scritto in quarta di copertina, Valeria Luiselli la trova una dei volti più luminosi della nuova narrativa latinoamericana e io, dopo questa lettura, sono d’accordo con lei.

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Panamericana

Piccolo Karma di Coccioli: un pezzo di letteratura latinoamericana vista con gli occhi dello scrittore toscano.

Gli articoli apparsi finora su questo blog sono il frutto della mia passione per la letteratura ispano-americana, ma anche la conseguenza delle mie esperienze: il fatto di vivere diversi anni a Barcellona mi ha permesso di entrare in contatto con tanto materiale che riguarda questo mondo, libri ma anche riviste, manifestazioni, festival e, soprattutto, testi originali di cui ho scritto recensioni, poesie che mi sono avventurato a tradurre in italiano. Ora che sono lontano da Barcellona e dalla mia biblioteca, il mio giardino letterario, penso a come poter scrivere con l’assiduità degli ultimi anni rimanendo fedele all’oggetto del blog e proprio mentre provo a risolvere questo rompicapo incomincio a leggere Piccolo Karma di Carlo Coccioli, un libro che sembra avere la forza di mettere insieme la mia patria letteraria e immaginaria con quella reale, sancita da un passaporto valido. Una riflessione su Piccolo Karma può essere tranquillamente ospitata su questo blog per due ragioni principali. La prima, forse ovvia, è legata al fatto che lo scrittore toscano, morto nel 2003, vivesse ormai da anni a Città del Messico e il libro è pieno zeppo di riflessioni sul Messico e, per osmosi,sul resto del continente. La seconda riguarda la costante riflessione sulla lingua spagnola, le scelte – estetiche ed interiori – con cui si confronta uno scrittore sradicato, il cui viaggio si riflette nel modo di scrivere e di sbagliare gli articoli, abusare dei gerundi e attingere ad aggettivi ed espressioni che sembrano far parte di una grammatica interiore. Piccolo Karma, tra le tante qualità, offre quindi anche tanti spunti di riflessione per l’appassionato di letteratura ispano-americana e per coloro i quali parlano o hanno confidenza con lo spagnolo, nella sua accezione letteraria ma anche colloquiale, la cultura ritenuta più alta e quella popolare espressa dalle Soap Opera di matrice latina-cattolica.

Non vorrei, restringendo lo sguardo su quest’aspetto, sminuire l’incanto di un opera ‘’in cui si rivelano, quasi con la scansione delle horae canonicae , l’Uno e il Tutto’’ come scrisse Tondelli nel suo Un weekend post moderno, però penso che questo breviario scritto da Coccioli durante un soggiorno in Texas offra, anche in questo senso, spunti di riflessione degni di nota. Già alle ore 12.11 – il libro è un minutario, i paragrafi sono quindi scanditi da una precisa cronologia – di Martedì 22 ottobre 1985, l’autore scrive: ‘’ …perché non avere compassione dei Fuentes, Cortázar, Vargas Llosa, Garcia Marquez, inutile vanità del defunto boom letterario latino-americano? Forse è buona letteratura, non so, ma io non le trovo nessun motivo di fascino; è assente la preoccupazione estrema, l’unica che conti, quella del mistero dell’essere. ‘’

Da qui in avanti ci saranno diverse stoccate contro questi scrittori, sempre nella forma della nota intima, in cui Coccioli si abbandona a una riflessione ma anche uno sfogo che parte sempre dalla propria quotidianità. Anche se il minutario non prende mai una svolta saggistica, io credo che che possa essere letto anche come un saggio sui generis, sfruttando l’entrismo di un punto di vista straordinario e delicatissimo, comunque obliquo. Questi scrittori, ampiamente trattati nel mio blog, in diverse note dell’autore toscano vengono raccontati come incapaci di scrivere intorno a un tema, vanitosi e malati di virtuosismi sterili. In varie parti, e in coerenza con la postura che Coccioli assume fin dal primo minuto, questa generazione di scrittori viene anche criticata per il suo impegno politico, visto da Coccioli come miope nonché parziale per capire la sofferenza degli esseri umani. E verso la fine del libro, quando l’autore si accinge a ritornare nella sua Città del Messico, che le prime punzecchiature si fanno critica aperta, per esempio nei confronti di Julio Cortázar: ‘’Incarnava ai miei occhi, lui predicante rivoluzioni latinoamericane dal suo appartamento di Parigi, una delle falsità del nostro tempo, e il mito di una genialità che non ho mai sentito tale.’’ In questa e tante altre note, ho letto una denuncia della povertà di spirito di tanti scrittori dell’epoca, o che all’epoca erano in auge: Piccolo Karma è stato scritto nel 1985.  Sono riflessioni brucianti ma leggere, scritte senza la gravosità del critico ma che fanno riflettere su un archetipo di uomo e scrittore. C’è poi, come costante leitmotiv, una sorta di dialogo a distanza con Borges che si instaura a partire da un libro preso in prestito dalla Public Library di Sant’Antonio, Texas. Con Borges l’autore scopre affinità profonde, si connette alla sua riflessione, divaga e scrive intorno ai temi più vari che riguardano il destino umano e la sfera mistica; bellissima la nota delle 22.02 del giorno 8 novembre sullo Gnosticismo e la cosmogonia di Basilide.

Seguendo la direttrice che suggerivo all’inizio, il libro offre anche tanti spunti per chi, oltre ad amare la letteratura latinoamericana, ama il castigliano. Nella fluidezza smaltata della sua scrittura, Coccioli sconfina dalla lingua italiana per entrare nel francese, l’inglese e lo spagnolo, lingua con cui fantastica addirittura un’unione – improbabile – con l’italiano, per me un sogno: Cervantes e Boccaccio che diventano una cosa sola. Le osservazioni sul Messico, gli Stati Uniti o la Colombia, sono argute e profonde ma non entrano mai nel vaneggiamento intellettuale; hanno d’altro canto sempre un riflesso nella lingua, come se l’importanza di un concetto dipendesse anche dalla bellezza delle parole con cui si può esprimere e dalla completezza della lingua in cui scegliamo di scrivere e parlare: ” In che lingua penso? Se esistesse una lingua dell’anima, e non potesse essere che una sola, quale lingua sarebbe la mia?