La ciudad invencible di Fernanda Trías

 

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Esta ciudad que yo creí mi pasado es mi porvenir, mi presente; los años que he vivido en Europa son ilusorios, yo estaba siempre (y estaré) en Buenos Aires.

 

Jorge Luis Borges

 

 

 

 

Sfogliando le pagine del blog mi rendo conto che la maggior parte dei libri che ho recensito hanno, in qualche modo, a che fare con Buenos Aires. Forse sarà per il titolo che ho scelto, l’evocazione di un romanzo di Rober Arlt ambientato in questa città, o forse per l’entusiasmo che mi hanno sempre suscitato gli scrittore argentini. Con Fernanda Trías però abbiamo tre novità rispetto alla linea spontanea che fino a questo momento ha seguito il blog. La prima riguarda il fatto che è uruguaiana e in quanto tale restituisce una visione obliqua e intima della città di cui uno scrittore portegno forse non sarebbe così capace. La seconda riguarda l’aspetto anagrafico: stiamo parlando di una scrittrice giovane, il libro di cui vi parlerò è stato pubblicato infatti nel 2014. Il terzo aspetto riguarda il genere: è donna, la prima autrice di cui parlo nel mio nuovo blog.

La ciudad invencible è un libro per il quale ho paura di sprecare gli aggettivi. Scritto con una lingua leggera e poderosa al tempo stesso, è una via di mezzo tra un diario personale e la cronaca di una straniera che conosce – e quindi si scontra – con Buenos Aires. La lettura mi ha colpito per l’intimismo con cui l’autrice riesce a raccontare la traiettoria di una persona sradicata e precaria, una narrazione affrontata sempre in prima persona e in grado di tenere testa ai dubbi, il dolore, l’ipocondria; la spossatezza che provoca la grande città che ti mastica fino a che non ha imparato a digerirti. Libro che a volte dà l’impressione di essere stato scritto dietro a una persiana chiusa, da cui filtra una luce tenue e calda, così tipica dell’immaginario di ogni sud. Tra le righe dei capitoli – piccoli e profondi, in cui spesso la lingua tocca vette poetiche – passano le strade, le storie della città e i ricordi personali, quella nonna nata a Buenos Aires e che aveva vissuto in Uruguay la nostalgia di un paese perduto a cui, però, sentiva di appartenere. Così come le relazioni sociali, che sono relazioni di passaggio, fatte di scambi veloci e superficiali o velocissimi e profondissimi, come se il tempo – o la città – stesse sottraendo all’io narrante il terreno sotto i piedi. È in questo congiunto di sfide quotidiane e drammi esistenziali che la narrazione prende quota, diventa bella e visionaria, e la precarietà delle cose – il cibo, l’alloggio, eccetera – acquisisce una dignità, come se nel fondo valesse sempre – o comunque – la pena.

Libro notevole, credo non tradotto in italiano. Un chiave per conoscere un’autrice diversa nel panorama della narrativa contemporanea, tutta schiacciata sulla – o dalla – comunicazione e la decifrabilità dei messaggi. Una riflessione sulla lettura dei contemporanei: ma siamo sicuri che non escono – nel mondo – troppi libri? Siamo certi che tutti questi libri non stiano seppellendo gioielli come questo? Libri che avrebbero bisogno di stare in libreria – reale o virtuale poco importa – per almeno cinque, sei oppure otto anni?

 

 

 

 

 

Antonio Panico

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Los detectives salvajes di Roberto Bolaño

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Rileggere Bolaño significa sempre sprofondare in un mondo che, pagina dopo pagina, riconosci come quell’universo narrativo che ti aveva fatto innamorare di questo autore straordinario. Le seicento e più pagine di Los detectives salvajes confermano questa sensazione di engancho, come se l’ossessione per la lettura si trasferisse dai protagonisti  – giovani poeti nel Districto Federal dei primi anni settanta – al lettore, così come si trasferiscono i sogni che popolano tutta la narrativa di Bolaño. Questo libro, conosciutissimo e celebrato, si situa secondo me in mezzo tra La letteratura nazista in America e 2666, che resta dal mio punto di vista il libro più bello, voglio dire uno dei più belli che si possano leggere in assoluto. Con La letteratura nazista in America condivide alcuni aspetti borgesiani, la capacità di creare mondo, labirinti in cui perdere il fiato. In questo volume però la cronologia dei monologhi dei protagonisti segue una linea temporale reale – o verosimile – che non sconfina nel fantastico, come avviene invece nella letteratura nazista in America, dove le date di morte degli scrittori dell’antologia vanno oltre la vita dell’autore stesso per proiettarsi in un futuro lontanissimo e irreale. Poco a poco che ci inoltriamo nel groviglio di pagine il libro viaggia da Città del Messico verso tutto il mondo, in questo il richiamo ai quattro libri che compongono 2666 è evidente anche se qui il periplo dei protagonisti è circolare – nel senso che noi lettori li ritroviamo dove li avevamo lasciati; in fuga dal Districto Federal  – e finisce nel deserto del Sonora dove i real visceralisti – nuova poesia messicana in guerra con le mafie letterarie, in primis quella di Octavio Paz-  si mettono sulle tracce della poetessa Cesárea Tinajero a cui il gruppo si ispira. Altro aspetto degno di nota è la lingua, leggere tutte queste pagine in spagnolo è risultato a tratti faticoso ma anche avvincente per la felicissima riproduzione della parlata messicana che Bolaño compie muovendosi tra le mille sfumature del chilango. Il momento più alto? Difficile dirlo in un libro così grande e denso, personalmente ho trovato eccezionale il duello tra Arturo Belano e il critico spagnolo Iñaki Echevarne che si svolge a colpi di spada su di una spiaggia catalana. Degno di nota anche l’omaggio a Reinaldo Arenas alle pagine 499 e 500, voglio dire che, almeno per me, trovare un omaggio a questo poeta e scrittore è sempre un piacere, così come lo è stato durante la lettura di un racconto della raccolta Putas asesinas.

 

 

 

A.P

Il racconto e la poesia più bella che ho letto nel 2018

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Come primo post del 2019 – lo so ho tardato un po’ – vorrei permettermi due consigli letterari che i follower di settepazzi dovrebbero assolutamente conoscere se non conoscono già. Si tratta del racconto e della poesia più bella che ho letto nel 2018. Leggere racconti e poesie è più complesso che leggere un romanzo, non solo per il magnetismo che le narrazioni profonde generano nel lettore, ma anche perché a trovarli in giro certi libri di poesie o di racconti brevi, insomma la solita storia: non c’è mercato. Per fortuna, dopo aver cercato senza successo in librerie e biblioteche, ho fatto la cosa che qualsiasi millennial che non ha abusato di libri avrebbe fatto; una ricerca su google. Il racconto che avidamente cercavo si chiama La larga risa de todos estos años dello scrittore argentino Rodolfo Fogwill. Fa parte del libro Muchacha Punk che non solo non è stato tradotto in italiano, ma è anche introvabile a Barcellona dove si trova la casa editrice che lo pubblicò per il mercato spagnolo nel 1992. Il racconto – così come tutti gli altri che compongono la raccolta – ha come teatro l’Argentina degli anni settantacinque-settantotto, e narra la storia di una relazione amorosa tra una donna insegnante di arti marziali e un’altra donna di nome Franca che si prostituiva ( hacer puntos, nel racconto) con uomini dell’alta società portegna. Col passare del tempo e l’avvento della democrazia la relazione – una relazione conflittuale e spesso violenta – finisce e Franca si sposa con un uomo con il quale costruirà un nucleo familiare ”normale” ma senza abbandonare le marchette (hace puntos aún, pero jura que el marido no lo sabe) a insaputa del marito. Racconto dalla tecnica sopraffina e supportato da una lingua perfetta, è interessante anche per il tema dell’omosessualità – che si indovina quando l’io narrante racconta il sesso con il partner-  e la sfumatura di terrore che fa da sfondo alle vite dei protagonisti, sempre minacciati dai militari o dalla polizia morale. In questo senso il testo – e il libro tutto – possono anche essere visiti come una denuncia della paura che regnava durante gli anni del proceso de reorganización nacional, la dittatura durata fino al 1983, anno della realizzazione del racconto.

Il poema di cui volevo parlarvi è invece Voces dell’ italo – argentino Antonio Porchia. In realtà più che di una poesia si tratta di una raccolta di aforismi, una via di mezzo tra un haiku e un moderno twitter. A rendere queste parole ancora più affascinanti e vibranti il fatto che sia questo l’unico manoscritto venuto alla luce dell’autore. Di seguito troverete alcuni frammenti pescati in rete, rubati da un documento dell’università autonoma di Città del Messico:

Quien ha visto vaciarse todo, casi sabe de qué se llena todo.
                                     *
Antes de recorrer mi camino yo era mi camino.
                                     *
Mi primer mundo lo hallé todo en mi escaso pan.
                                     *
Mi padre, al irse, regaló medio siglo a mi niñez.
                                     *
Sin esa tonta vanidad que es el mostrarnos y que es de
todos y de todo, no veríamos nada y no existiría nada.
                                     *
El hombre no va a ninguna parte. Todo viene al hombre, como el mañana.
                                     *
Quien me tiene de un hilo no es fuerte; lo fuerte es el
hilo.
                                     *
Un poco de ingenuidad nunca se aparta de mí. Y es
ella la que me protege.
                                     *
Mi pobreza no es total: falto yo.

 

 

 

Buona lettura e felice anno nuovo.

 

 

Antonio Panico

El alma de Gardel di Mario Levrero

 

 

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Di natura inclassificabile, proprio come il suo autore, era questo il libro che cercavo per ringalluzzire le pagine del mio blog che da tempo non riesco ad aggiornare forse per pigrizia o  per via della peculiarità della sua missione: diventare blog di riflessione sulla letteratura latinoamericana. L’anima di Gardel – il grande musico argentino – è un’ente che viene da una galassia sconosciuta il quale ingaggia una battaglia cosmica per sconfiggere un terrestre che prende il nome di Carson. Con questo obiettivo l’entità si è appropriata di Carlos Gardel, idolo pubblico attraverso il quale fare proseliti fra gli essere umani. È fra questi seguaci che troviamo lo stesso narratore, figura tipica della letteratura di Levrero, uomo distaccato e solo che fa un bilancio della propria esistenza attraverso il racconto delle sue avventure amorose. Grazie alla sua dimensione – i libri di Levrero sembrano saper indovinare sempre la giusta misura – e il solito portato umoristico, la lettura risulta profonda ma per niente complessa. Quando credi di aver indovinato verso che cosa stai andando incontro c’è sempre qualcosa – o qualcuno, un’entità – che ti riporta per terra, in quel territorio che segna l’anomalia di questo autore. Seguire una linea in un libro ad alto contenuto fantastico e surrealista non è affatto semplice. Eppure, se posso suggerire una chiave di lettura e ammesso che serva, ho trovato estremamente piacevole seguire il narratore sugli autobus affollati, per le strade dove la scrittura esalta la complessità e l’assurdità della metropoli. Dopo l’incontro con l’anima di Gardel, la cui epifania avviene grazie alla mediazione del vento capace di dialogare con il narratore, c’è una sottile evoluzione verso il narratore flaneur che prova emozioni a profusione davanti all’incantesimo della vita cittadina. E qui che succede qualcosa di interessante, tutto diventa letteratura (Todo es, o será Literatura, o por lo menos todo es, o será, leido.) e le parole si bevono una dietro l’altra alla ricerca di una sbronza che forse, per cattiveria o miserabilità dello scrittore, non arriverá mai. Il libro esplode finendo, quando il narratore si trova davanti al señor Caorsi, conoscente e giocatore di scacchi che accompagna tutta l’opera. Lo scontro tra i seguaci di Gardel e Carson raggiunge il suo apice fantastico nel bel mezzo di una disquisizione letteraria nella quale Caorsi chiede al narratore il motivo delle sofferenze che perseguitano lo scrittore. Lettura consigliata a chi vuole approfondire Mario Levrero e la sua ingannevole semplicità. Libro non ancora tradotto in italiano e credo in nessun’altra lingua.

 

Leggere, rileggere Onetti.

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Credo che i grandi scrittori abbiano tutti, più o meno, la capacità di mettere il lettore davanti alcune domande dalla cui risposta, se si è fortunati, possono dipendere tante cose. Ovviamente non sto parlando della ricerca della felicità o cose di questo tipo, sopratutto se parliamo di Juan Carlos Onetti e dei suoi personaggi precari, che iniziano dalla fine e diventano letteratura nel fallimento. Di scrittori che privilegiano lo stile il mondo è pieno per fortuna, nell’autore uruguaiano questo stile altamente letterario riesce a prefigurare le vicende dei luoghi e dei suoi personaggi con una grazia e una magia che non hanno pari. Nelle narrazioni onettiane a fronte di una povertà di elementi si viene scossi dalla ricchezza dei contenuti, persi nelle pagine non sentiamo ‘’parlare’’ l’autore ma lo ‘’vediamo’’ scrivere, inventare; arrivare a ogni pagina a quella che sembra essere la sostanza della letteratura. In queste letture le difficoltà rappresentano un ostacolo piacevole, andare avanti è una sfida e perdersi fa parte del gioco. Come lettore mi sono trovato in tante occasioni spiazzato, travolto da un nulla che ti porta in territori sconosciuti. Con Cuentos de Santa Maria mi è capitato addirittura di rileggere il libro e accorgermene solo dopo una quarantina di pagine quando le parole incominciavano a muoversi come zanzare davanti ai miei occhi. Colpa del segnalibro che non sono in grado di usare? Non credo. La letterarietà di questo scrittore offre ogni volta un margine di piacere e la sua Santa Maria – la Macondo di Onetti – è un luogo in cui ogni volta possiamo tornare per ritrovare qualcosa di interessante. Come ha già scritto Juan Villoro, i racconti di Onetti testimoniano uno strano miracolo: immaginare è la forma più intensa di vivere.

Un romanzetto canaglia di Roberto Bolaño

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Forse nella galassia della produzione di Bolaño questo romanzo breve o racconto lungo o gioiellino, rappresenta uno dei libri meno conosciuti, non di certo snobbati, ma che a molti è sfuggito nonostante la bolañomania che si è sviluppata dopo la morte prematura dell’autore.
Ambientato a Roma, scritto su commissione nel 2001 e pubblicato in Italia e Spagna tra il 2002 e il 2003, è forse uno dei libri più suggestivi e appassionanti per il lettore italiano e non solo.
Scritto con un linguaggio semplice e veloce, a volte ridondante, lontano dalle costruzioni complesse dei libri più conosciuti, questo romanzetto è un omaggio a un modo di raccontare la vita che ha avuto negli anni il suo epicentro a Roma e anche la testimonianza dello spirito che imperava ( e forse ancora impera) in Europa e nel mondo a cavallo tra la fine del novecento e l’inizio del nuovo secolo. È  un libro difficile da dimenticare.
Espressione di un territorio impossibile da abitare ma meravigliosamente contemporaneo, questo libricino potrebbe essere visto come una sorta di abbraccio tra la capacità visionaria della letteratura latinoamericana e la magia della Roma che faceva da sfondo ai film di Fellini.
Detto questo le recensioni si fanno parlando della trama o dell’oggetto oppure, nei casi dei recensori più acuti, indovinando le strutture del romanzo.
Io mi limito a dire che questo libro mi ha svegliato dal sonno, proprio questa notte, intorno alle cinque, due ore prima della sveglia che suona per farmi andare a lavorare.
Quale frase urlavano da quella macchina in corsa? Chi non vedeva cosa?
Ma sopratutto; a chi ho prestato questo libro?

 

El Sur di Jorge Luis Borges

 

Fenetre style colonial à Ouro-Preto (Bresil), 1960

 

Desde uno de tus patios haber mirado

las antiguas estrellas,

desde el banco de sombra haber mirado

esas luces dispersas,

que mi ignorancia no ha aprendido a nombrar

ni a ordenar en constelaciones,

haber sentido el círculo del agua

en el secreto aljibe,

el olor del jazmín y la madreselva,

el silencio del pájaro dormido,

el arco del zaguán, la humedad

— esas cosas, acaso, son el poema.