Leggere, rileggere Onetti.

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Credo che i grandi scrittori abbiano tutti, più o meno, la capacità di mettere il lettore davanti alcune domande dalla cui risposta, se si è fortunati, possono dipendere tante cose. Ovviamente non sto parlando della ricerca della felicità o cose di questo tipo, sopratutto se parliamo di Juan Carlos Onetti e dei suoi personaggi precari, che iniziano dalla fine e diventano letteratura nel fallimento. Di scrittori che privilegiano lo stile il mondo è pieno per fortuna, nell’autore uruguaiano questo stile altamente letterario riesce a prefigurare le vicende dei luoghi e dei suoi personaggi con una grazia e una magia che non hanno pari. Nelle narrazioni onettiane a fronte di una povertà di elementi si viene scossi dalla ricchezza dei contenuti, persi nelle pagine non sentiamo ‘’parlare’’ l’autore ma lo ‘’vediamo’’ scrivere, inventare; arrivare a ogni pagina a quella che sembra essere la sostanza della letteratura. In queste letture le difficoltà rappresentano un ostacolo piacevole, andare avanti è una sfida e perdersi fa parte del gioco. Come lettore mi sono trovato in tante occasioni spiazzato, travolto da un nulla che ti porta in territori sconosciuti. Con Cuentos de Santa Maria mi è capitato addirittura di rileggere il libro e accorgermene solo dopo una quarantina di pagine quando le parole incominciavano a muoversi come zanzare davanti ai miei occhi. Colpa del segnalibro che non sono in grado di usare? Non credo. La letterarietà di questo scrittore offre ogni volta un margine di piacere e la sua Santa Maria – la Macondo di Onetti – è un luogo in cui ogni volta possiamo tornare per ritrovare qualcosa di interessante. Come ha già scritto Juan Villoro, i racconti di Onetti testimoniano uno strano miracolo: immaginare è la forma più intensa di vivere.

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Un romanzetto canaglia di Roberto Bolaño

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Forse nella galassia della produzione di Bolaño questo romanzo breve o racconto lungo o gioiellino, rappresenta uno dei libri meno conosciuti, non di certo snobbati, ma che a molti è sfuggito nonostante la bolañomania che si è sviluppata dopo la morte prematura dell’autore.
Ambientato a Roma, scritto su commissione nel 2001 e pubblicato in Italia e Spagna tra il 2002 e il 2003, è forse uno dei libri più suggestivi e appassionanti per il lettore italiano e non solo.
Scritto con un linguaggio semplice e veloce, a volte ridondante, lontano dalle costruzioni complesse dei libri più conosciuti, questo romanzetto è un omaggio a un modo di raccontare la vita che ha avuto negli anni il suo epicentro a Roma e anche la testimonianza dello spirito che imperava ( e forse ancora impera) in Europa e nel mondo a cavallo tra la fine del novecento e l’inizio del nuovo secolo. È  un libro difficile da dimenticare.
Espressione di un territorio impossibile da abitare ma meravigliosamente contemporaneo, questo libricino potrebbe essere visto come una sorta di abbraccio tra la capacità visionaria della letteratura latinoamericana e la magia della Roma che faceva da sfondo ai film di Fellini.
Detto questo le recensioni si fanno parlando della trama o dell’oggetto oppure, nei casi dei recensori più acuti, indovinando le strutture del romanzo.
Io mi limito a dire che questo libro mi ha svegliato dal sonno, proprio questa notte, intorno alle cinque, due ore prima della sveglia che suona per farmi andare a lavorare.
Quale frase urlavano da quella macchina in corsa? Chi non vedeva cosa?
Ma sopratutto; a chi ho prestato questo libro?

 

El Sur di Jorge Luis Borges

 

Fenetre style colonial à Ouro-Preto (Bresil), 1960

 

Desde uno de tus patios haber mirado

las antiguas estrellas,

desde el banco de sombra haber mirado

esas luces dispersas,

que mi ignorancia no ha aprendido a nombrar

ni a ordenar en constelaciones,

haber sentido el círculo del agua

en el secreto aljibe,

el olor del jazmín y la madreselva,

el silencio del pájaro dormido,

el arco del zaguán, la humedad

— esas cosas, acaso, son el poema.

 

 

 

Lascia fare a me di Mario Levrero

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Avere la pretesa di parlare di Mario Levrero mi sembra impresa ardua. Era uno di quegli scrittori uruguaiani che conoscevo ma non avevo ancora letto fino a ieri sera, quando ho divorato le 120 pagine di Lascia fare a me ( Dejen todos en mis manos) pubblicato di recente da La nuova frontiera. Non mi sento banale a definire questo libro bello e semplice, e sopratutto divertente per la trama e l’umorismo con cui l’autore tratta l’io narrante e ne manipola le vicende. Cosa non nuova nella letteratura di lingua spagnola – sopratutto con riferimento all’America latina – il protagonista del racconto è un manoscritto e uno scrittore fallito che per rintracciare l’autore del medesimo viene mandato in una cittadina anonima di provincia dal nome eloquente: Penuria.  La narrazione è dominata dalle vicende che sorgono intorno a questa che sembra una disperata ricerca. L’editore ha come sola traccia il nome e cognome con cui si firma l’autore – Juan Perez – e poi il timbro postale della cittadina remota da cui viene. Nel viaggio anche l’io narrante si convince dell’assoluta validità di quel manoscritto e quel che sembrava un semplice viaggio di interesse – l’editore avrebbe corrisposto all’incaricato una somma di duemila dollari – si trasforma in un’avventura in cui si aggiunge l’incredulità verso una figura del genere, in grado di creare un capolavoro letterario da quel paesino sperduto, a diverse ore di viaggio dalla capitale. Nella sua ricerca lo scrittore – il cui editore aveva sempre rifiutato di pubblicare un libro – appare goffo e tragico, sempre in preda a visioni e cadute in un irrimediabile solipsismo. Vanno avanti i giorni, si susseguono le avventure e sembra poco probabile che un penuriese possa aver scritto un libro di tale spessore. Le ragioni del viaggio in quella cittadina provinciale e fiabesca vengono sempre messe in discussione dallo stesso io narrante e la ricerca di Juan Perez – autore del manoscritto – sembra a volte regredire a una semplice scusa per raccontare l’inquietudine, le aspettative, le ipocondrie e la goffaggine dell’uomo incaricato di portare a termine quel lavoro. Verso la fine del libro siamo quasi portati a pensare che il protagonista possa risolvere la faccenda con un’imbroglio; tanto a Montevideo hanno bisogno di un nome e una firma per mandare quel manoscritto in Svezia e incassare un sacco di quattrini. Nelle pagine conclusive però, sulla corriera di ritorno verso la capitale, si risolve il mistero; la soluzione è bizzarra, fedele alla stravaganza che caratterizza tutto il libro

Sulle tracce di Fate

 

Ci sono momenti della tua vita di cui ti ricordi solo grazie ai libri che hai letto, come se fuori non fosse successo niente o qualcosa che urge dimenticare.

 

A.P

 

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Ti lavi la faccia e poi il collo. Ti guardi indietro, nello specchio, e vedi una donna stesa su di un letto; le puoi vedere le dita dei piedi, le puoi contare le rughe. Un aereo e poi giù in una terra divisa da strade sterrate e ferro spinato. Catapecchie e case di lusso, sangue caldo e corpi freddi. Sono corpi di donna, come quella che ti ha portato con te, come quella che tu porterai lontano; dall’altra parte della frontiera. Il cielo è un patema d’animo che ti accompagna nel tuo viaggio da sonnambulo e tu stai lì, con gli occhi aperti e le gambe che si accattorciano. Tu stai lì. A guardare le luci dei camion che si perdono verso il nulla. Ad ascoltare quella musica che non avevi mai sentito prima: il jazz del Sonora.

 

 

Amsterdam 2014

Plata quemada di Ricardo Piglia

 

 

Mi sono avvicinato a questo libro con la mia solita diffidenza verso le opere che non sono di finzione e, utilizzando lo strumento del romanzo, raccontano fatti realmente accaduti. Non avevo calcolato però, almeno in questa circostanza, due fattori: il primo riguarda il talento di Ricardo Piglia, e il secondo è la potenza narrativa che la realtà può avere, sopratutto nel contesto dell’America Latina. Plata quemada racconta di una spettacolare rapina messa a punto nella provincia di Buenos Aires nell’anno 1965 per opera di Marcelo Nene Brignone, Carlos Cuervo Mereles e Roberto Gaucho Dorda, insieme a Mario Malito e con la collaborazione di poliziotti e politici corrotti. Il libro inizia con l’assalto al furgone portavalori dal quale rubarono un bottino di oltre sette milioni di pesos e attraversa tutte le fasi dell’avvincente tragedia fino al leggendario conflitto a fuoco tra polizia e malviventi che avviene a Montevideo. È sorprendente come, nel romanzare dei fatti accaduti e di pubblico dominio, l’autore riesca a organizzare tutti gli elementi per dar vita a un’architettura perfetta che supporta una narrazione aggressiva, che a volte sembra togliere il fiato. Piglia costruisce un vivido identikit dei protagonisti man mano che attraversano i vari momenti della storia: la pianificazione, l’assalto, i conflitti a fuoco, e la fuga in Uruguay con il tragico epilogo che segna la parte finale del romanzo. Il racconto dei personaggi- sopratutto i criminali il cui punto di vista domina la narrazione –  è profondissimo così come quella che potremmo definire la cronaca della cronaca; l’impatto dal punto di vista mediatico e la clamorosità della prima diretta radio televisiva per una tragedia simile. Un ruolo importante nella declinazione esplosiva degli eventi ce l’hanno sicuramente i dialoghi in cui l’autore ricostruisce il gergo, le espressioni e tutta la rarefazione di una lingua sporcata dalla droga, l’abuso di alcol e uno stato di permanente allucinazione. Nella postfazione è interessante conoscere il processo creativo che ha portato alla pubblicazione di questo libro nel 1997.  L’attenzione di Piglia verso questa vicenda inizia in un treno che viaggia verso la Bolivia nel 1966, quando incontrò l’ex amante del Carlos Mereles, Blanca Galeano allora sedicenne, componente della banda rimasto ucciso nel conflitto a fuoco. Dopo quell’incontro lo scrittore argentino si mise a lavoro per ricostruire la vicenda ma fu solo dopo tanti anni, gli anni necessari affinchè qualcosa del genere si possa raccontare, che il libro avrebbe visto la luce. Plata quemada è diventato un film nel 2000 ed è stato premiato con diversi riconoscimenti, tra cui la classificazione al quarantasettesimo posto nella lista redatta da critici e scrittori di lingua spagnola dei migliori cento libri scritti in castigliano tra il 1982 e il 2007.

 

 

Desde la ciudad nerviosa di Enrique Vila Matas

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Di Enrique Vila Matas avevo letto già alcuni romanzi, dei racconti e diversi articoli che ho incontrato sparsi per il web. Quando mi sono avvicinato a questa raccolta di articoli giornalistici, scritti perlopiù tra la seconda metà degli anni novanta e il duemila, non mi aspettavo di trovare la stessa freschezza, lucidità e ironia a cui questo genio ci ha abituato nelle sue opere di finzione. Il libro è composto da quattro sezioni in cui si spazia dalla cronaca urbana all’autobiografia, passando per la riflessione sulla letteratura. Il titolo è un omaggio alle cronache del viaggio di Roberto Arlt nella Spagna prima della Guerra Civile, dove si esaltava la tranquillità e il ritmo lento degli spagnoli rispetto alla frenesia che caratterizzava le grandi città dell’epoca, definite per l’appunto città nervose. Arlt, chiosa Vila Matas all’inizio del libro, evidentemente non era passato per la dinamica e operosa Barcellona – città nervosa per eccellenza – che occupa la prima delle quattro sezioni che compongono il libro. Ma è nella seconda parte che ho trovato gli spunti più interessanti. Qui l’autore catalano racconta l’iniziazione alla letteratura, la sua decisione di diventare scrittore davanti alla magnifica pellicola di Antonioni, La Notte, dove Marcello Mastroianni è per l’appunto uno scrittore in crisi. È in questa sezione che si incontrano importanti riferimenti alla cultura italiana, nonchè delle bellissime pagine sull’opera di Tabucchi e la città di Lisbona che tanto ha influenzato l’immaginario di Vila Matas. La terza parte affronta invece i nodi teorici del suo libro Bartleby y compañia e del superamento dei canoni romanzeschi per attraversare altri generi. In questo pezzo l’autore cammina elegantemente sulla divisione dei generi in letteratura, per giungere alla conclusione che il meticciato può rappresentare la frontiera da superare per assicurare al romanzo un futuro. A chiudere ci sono gli Escritos shandys, l’ultima sezione in cui si riflette su scrittori come Gombrowicz, Martin Amis, Robert Walser, Juan José Millás, Juan Villoro e sopratutto, mi verrebbe da dire, un Roberto Bolaño ancora vivo, in carne e ossa. A leggere queste pagine oggi, in cui Vila Matas dialoga a distanza con lo scrittore cileno, si può percipere la vitalità della conversazione intorno alla letteratura e la grande curiosità che un Bolaño poco conosciuto aveva suscitato in uno degli scrittori più affermati della lingua spagnola. Sono rimasto particolarmente colpito dal saggio – il penultimo della quarta sezione – in cui, con la genialità che lo contraddistingue, l’autore racconta il suo inesorabile avvicinarsi all’opera di Bolaño, alla sua stravaganza e al fitto sistema di relazioni che aveva appena inaugurato con i Detective Selvaggi. È un libro che ha tante chiavi di lettura. Può essere visto come una guida per leggere la metropoli attraverso l’arte – la letteratura ma anche il cinema, la pittura e la scultura –o per addentrarsi nell’opera di uno scrittore interessantissimo. Si possono leggere queste pagine come pezzi di giornalismo culturale o saggistica. Oppure si possono leggere tutte queste cose insieme, travolti da un talento che non conosce genere e confini.