Scrittore fallito di Roberto Arlt

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Il tango costeggia la terra dell’angoscia, dove le donne calzano scarpe viola e le facce degli uomini sono mappe di sfregi e coltellate.

 

 

Con questo post voglio parlarvi di un libro di un autore che è un po’ l’emblema del mio percorso di lettore.  È pure la prima volta che leggo un libro in formato elettronico e quindi, alla fine del post, lascerò un link che dovrebbe darvi la possibilità di acquistare – gratuitamente –  il volume in questione, in un momento in cui  si stanno moltiplicando iniziative simili che promuovono la lettura digitale attraverso sconti o, come in questo caso, la possibilità di comprare attraverso un codice regalo. Il libro che ho letto è Scrittore fallito, edito dalla casa editrice Sur nel 2014. È una raccolta di racconti che mette insieme dodici perle di Roberto Arlt. Oltre ad essere dei racconti belli da leggere per la potenza estetica, questo libro è un buon esempio di grande qualità narrativa che, abitualmente, si associa al romanzo. In questo libro, invece, è proprio lo spezzettamento – fatemi passare il termine –  tipico della raccolta di racconti che esalta la bellezza delle storie, la cura estetica, il coraggio stilistico di un autore che ha lasciato il segno nella letteratura argentina e non solo. La tensione drammatica dell’opera di Arlt rappresenta un unicum,  i protagonisti di questi racconti si muovono in ambienti lacerati e insalubri, in cui la perfidia sembra essere uno degli ultimi sussulti d’umanità. La forma breve convive con una certa verbosità, in un’opera originalissima, che non ha lasciato indifferenti le migliori penne del novecento latino. Al centro di una riscoperta importante, soprattutto in Italia e Spagna, in questo blog ho già scritto un pezzo su  Aguafuertes porteñas  – Acqueforti di Buenos Aires -mentre alla sua opera maestra – Sette pazzi, Los siete locos –  ho deciso di dedicare il nome del sito. In questo volume si mettono insieme storie che hanno determinato la fama dell’autore e altre poco conosciute, inedite al lettore di lingua italiana, e sembrano esserci tutti gli ingredienti per assaporare l’universo arltiano : un mondo di farabutti e falliti, avventurieri che si muovono tra visioni fantastiche e realtà opprimenti, piccoli borghesi sull’orlo dell’impresa e del collasso. Ladri, mezze seghe, artisti involuti e criminali; malati di tisi e vecchi arnesi destinati al manicomio. La matrice dostoevskiana è evidente in questi racconti e in tutta la produzione dell’autore portegno. Così come è chiaro l’estro, il virtuosismo stilistico capace di vivere in pagine sdrucite, ricche di intrusioni nel gergo; di parole sporche.

Finalmente, il 16 marzo, la nave funesta salpò. Salpò e, come disse il saggio, mezza città rise dell’altra metà che piangeva.

Il monologo drammatico di Ester Primavera, un folle filantropo dedito a distruggere l’istituzione del matrimonio in Eugenio Delmonte e i 1300 fidanzati; le vicissitudini angoscianti che trasuda Scrittore fallito – racconto che dà il titolo all’intero progetto. In questi dodici racconti, l’autore si misura con il genere fantastico, il dramma e l’avventura picaresca; tutto condito da un senso dell’umorismo irritante e demolitore che sarà un po’ la cifra della riscoperta – e della rivincita – di questo genio dal nome impronunciabile.

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Carte False di Valeria Luiselli

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Ma è senz’altro vero che una persona ha soltanto due residenze permanenti: la casa dell’infanzia e la tomba.

 

 

 

 

 

Ritorno a parlare di quest’autrice  e lo faccio con grande piacere per un libro appena pubblicato, in Italia e in italiano, dalla casa editrice La Nuova Frontiera. Molto conosciuta negli ultimi anni soprattutto grazie ad Archivio dei bambini perduti, la scrittrice messicana è anche autrice di un piccolo gioiello dal titolo Carte False – Papeles falsos – finalmente tradotto nella nostra lingua e disponibile per le lettrici e i lettori. Non so se si tratta di un piccolo saggio o di un romanzo, per me è uno di quei libri che riesce a spaziare tra i generi fino a romperli, farli sparire per audacia della proposta. L’opera si genera, secondo me, su tre traiettorie che si incontrano sempre con grande eleganza e intelligenza. La prima è quella tracciata da Robert Walser, lo scrittore svizzero che, forse meglio di tutti, ha saputo raccontare il legame che c’è tra la scrittura, o più in generale la letteratura, e l’esercizio del camminare. I brevi capitoli, divisi in dieci parti, sono a tutti gli effetti delle peregrinazioni letterarie in cui, mano a mano che il paesaggio va manifestandosi, si genera una suggestione letteraria; come se le città fossero fatte anche di libri, come se gli autori fossero stati, in qualche modo, degli architetti. La seconda traiettoria, strettamente legata alla prima, è quella del discorso metaletterario. Le peregrinazioni sono un’occasione per discorrere di arte e di poesia, mettersi sulle tracce di Brodskij e della sua tomba a Venezia o del mistero della parola saudade e di tutti gli intrighi che essa nasconde. Seguendo questa seconda traiettoria mi vengono in mente gli sforzi – e le passeggiate- di Enrique Vila Matas, lo stile visionario che convive armoniosamente con le citazioni e le divagazioni sulla letteratura e l’arte in generale; in questo senso Carte False si muove sulla scia di El mal de Montano o meglio ci dice che questo, e altri libri dell’autore catalano, hanno aperto un cammino, qualcosa di simile a ciò che ha fatto Roberto Bolaño: e qui veniamo alla terza traiettoria. Dietro i vagabondaggi della voce narrante, soprattutto quelli nella caotica Città del Messico, risuona l’eco dei Detective selvaggi, ma anche un’organizzazione della prosa che ricorda il Bolaño più borgesiano. Le tre direzioni convergono nel dare sostanza allo spirito della Flâneur, in un ritmo dolce che crea filosofia, una prosa intrisa di letterarietà che non perde mai fascino da Baudelaire e Benjamin, e si evolve come una bellissima intuizione fino ai giorni nostri.

 

Esnujaque di Juan Luscano

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Con questo post si chiude, almeno per ora, il mini-ciclo dedicato alla poesia venezuelana. Spero di ritornarci quanto prima e, se il tempo me lo permetterà, farò lo stesso esperimento con altri paesi, per provare a dare dei riferimenti concreti, per un continente enorme che pullula di perle sconosciute. Ovviamente questo tipo di post risente di un lavoro abbastanza delicato: la ricerca dei testi, la traduzione e la pubblicazione; capirete che ripetermi non sarà facile, ad ogni modo ci proverò per il gusto che ho provato. Come per le altre due poesie la traduzione è mia, frutto della mia libera interpretazione. Nell’immagine un’opera di Juan Muñoz, dal titolo The nature of visual illusion; l’opera è esposta al Macba di Barcellona.

 

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Nell’origine delle parole

quando si ritorna al silenzio vivente

a ciò che È

a ciò che ancora non emana immagine

ci sono le cose e gli elementi

c’è la realtà

ci sono i modelli universali del linguaggio

i primi suoni

i rumori del mondo

l’energia della creazione dimenticata.

Sostanza e verbo

sepolti nella coscienza

come cuccioli di una civilizzazione solare

che ancora sussiste nel silenzio.

Allora

non rompere questa levigatezza con il grido

di uno spavento magico e ancestrale

ma taci illuminato dentro.

Non cadere nello specchio delle parole

non tagliare il fusto che le sostiene

nell’aria mutabile di fronte a noi.

Permettere che le cose si riflettano nelle proprie acque

senza provare a catturarle

senza divorare con gli occhi la propria immagine

senza affondare insieme a lei.

 

 

T.S Eliot

venezuela

 

Con questo post vi propongo una poesia di Alejandro Oliveros, nel mese che ho deciso di dedicare alla poesia venezuelana. La poesia è intitolata T.S Eliot, un titolo eloquente, per un tipo di poetica che ha una predisposizione narrativa – che personalmente preferisco – e affonda le radici nei modelli designati da Ezra Pound e T. S Eliot. Come per la poesia di Rojas Guardia, la traduzione dal castigliano è mia e, ovviamente, risente della mia libera interpretazione.

 

 

ELIOT

 

 

 

Mentre scendi dal taxi in Russel Square

e cammini verso il tuo oscuro ufficio di Faber & Faber,

pensi alle aule di Harvard e alle passeggiate solitarie

d’estate vicino al Charles River. Avevi vent’anni

e già preferivi il mondo di Virgilio a quello di Omero,

un mondo di ordine e ragionevolezza fatto a tua

immagine e somiglianza. Ora senti nell’aria l’arrivo

del nuovo autunno, forse l’ultimo:

<< Ci accorgiamo delle foglie solo quando cadono. >>

Ricordi un pomeriggio nel giardino di Lussemburgo,

un mazzolino di lillà e la guerra con i suoi morti

che hanno trasformato tutto. Dopo vennero gli anni

di L’entre deux guerres e le miserie di un amore

miserabile, la reclusione in Svizzera e di nuovo la

solitudine della nebbia londinese. Prima, quando navigavi

le spiagge di Cape Ann, eri il Re dei pescatori,

il tuo regno era questa costa ruvida di granito, con

le sue rocce

grige e l’aroma del pino e il tordo che canta nella

foschia. Oggi, old possum, sai che il tuo unico regno

è quello della morte e il tuo palazzo, la chiesa di Gloucester

dove raccogli l’obolo durante le funzioni.

 

 

 

 

 

Mistica dell’albero

venezuela

 

Questo mese, su questo blog, pubblicherò alcune poesie di quella che è, secondo i miei gusti e le mie conoscenze, la migliore poesia venezuelana. Dal momento che leggere per me significa cercare le pubblicherò in italiano, con una mia libera traduzione e interpretazione. La poesia, così inutile, diventa ancora più affascinante quando i suoi autori e autrici vengono dai Caraibi, da un paese di cui si sente parlare solo in caso di golpe militare. La poesia in questione è Mistica dell’albero – Mistica del árbol – di Armando Roja Guardia. La foto di sotto me la mandò un’amica dal Giappone e credo che abbia molto anche a fare con il testo proposto.

 

                                  DesdeJapon 

 

 

Gli alberi sono sacramenti della pace.

Essi mi insegnano la difficile arte della calma,

fermo nella sua verticale disinvoltura

di fronte al vento e alla frusta ineffabile della pioggia.

La sua tranquillità è trafitta di silenzio

be’ le foglie, come labbra, invitano solo

a contemplare un’altra flora nascosta e interna

che non si può descrivere con le parole.

Essi parlano all’anima, non all’udito.

Lo stelo, paziente, si rivela sempre ascendente

per effetto dell’attrazione religiosa della luce

che lo ha elevato, attraverso gli anni,

verso il cielo; questo sembra appoggiarsi sui suoi rami

per darci l’esatta sensazione

di trovarci davanti un frondoso

ricettacolo sacro. La calma dell’albero illumina.

Non è un caso che, sotto la sua ombra, Budda

abbia ricevuto il raggio austero

della verità dopo l’andirivieni

delle cose che gocciola identico dolore:

la ultima quiete, incontaminabile,

il cui segno in terra sono gli alberi,

serenissime tracce da seguire

del santo ozio di Dio a contemplarli

come perfetto riposo dei suoi occhi.

L’albero è sempre pomeridiano

anche se lo illumina un mattutino splendore:

la sua slanciata, assorta architettura

trova una cornice precisa solo

nel crepuscolo, quando la pace,

maturata già, espande le cime

dove dormono gli uccelli ammutoliti.

Insomnios y duermevelas di Mario Benedetti

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…lo mejor es llorar con un solo ojo

si es posible el derecho porque el llanto 

con los dos ojos hay que reservarlo 

para cuando nos roban el amor

 

Ho con questo libro, smilzo e timido, flirtando a lungo nelle mie passeggiate in biblioteca ma non mi ero mai deciso a chiederne il prestito, sarà perché era un periodo in cui dormivo male e mettermi a leggere un libro intitolato così, Insonnie e dormiveglia, non mi sembrava la migliore cura. Ora che ho ripreso a dormire bene e a leggere meglio, mi sono finalmente deciso e, come immaginavo, il libro mi ha scelto proprio bene. Scritto nell’ultima fase della vita dell’autore, Insomnios y duermevelas è un bellissimo e leggero libro di poesia lirica. Un libro che si può leggere più di una volta, addirittura nel giro della stessa giornata, e che regala sempre la stessa freschezza grazie ai temi che ritornano come in un delicato ritornello; la malinconia, l’amore, la memoria: in una parola il tempo che passa, anche la morte. Di Benedetti avevo già lette tante cose sparse, ed essendo abituato ad un altro tipo di poesia, criptica e narrativa, non mi aspettavo di rimanere colpito positivamente da un libro così, ricco di umorismo e ironia; una capacità di valorizzare le cose più semplici per le quali la voce dell’autore sembra provare un amore sincero. In questo volume, pubblicato nel 2002 dalla Visor Libros di Madrid, apprezziamo tutte le doti dell’autore uruguaiano, il compromesso con l’esercizio della scrittura, il legame (meta) letterario con le migliori penne della letteratura latinoamericana, una disponibilità a giocare con le parole e con i temi, una capacità riflessiva fuori dal comune. Il libro, che non credo sia mai stato tradotto in italiano, si chiude con un racconto – Túnel en duermevela – che è, ai miei occhi, un omaggio alla migliore letteratura argentino/ uruguaiana del ventesimo secolo e fare nomi e cognomi mi sembra superfluo o forse no, ad esempio quello di  Juan Carlos Onetti, la cui Santa Maria – la Macondo onettiana – riecheggia dietro molti paesaggi proposti in questa raccolta di poesie. Spero di ritornare su questo autore, magari per parlare di qualche suo romanzo. Ad ogni modo credo, con questo pezzo, di aver aggiunto un ulteriore tassello nel puzzle geo-letterario che sta diventando questo blog, con l’Uruguay che, piccolo e schiacciato tra due grandi nazioni, ha sfornato talenti che vale la pena conoscere.

 

AP

 

  •  L’immagine è un disegno di Jeanne Mammen. La foto l’ho scattata in una visita alla Berlinische Galerie, non so perché ma credo abbia qualcosa a che fare con queste poesie.

 

Los culplabes di Juan Villoro

 

culpables

Sono talmente disgustato dalla realtà che gli aerei mi sembrano comodi

 

 

 

Era tempo che volevo parlare di questo autore messicano, in un blog in cui, per qualche ragione, il Messico c’è sempre. Ho scelto Los culpables, un libro di racconti che viene chiuso da una novella, dopo averlo acquistato in una libreria del Raval, si chiama Lata Peinada e, sembrerà strano, è la prima libreria completamente dedicata alla letteratura latinoamericana nella città di Barcellona. Villoro maneggia la tecnica letteraria con grande capacità e un pizzico d’ironia che si gusta dietro ogni parola, come se i racconti fossero dei piatti e i lettori dei commensali che vengono stuzzicati con pietanze piccanti, per quanto facili da digerire. Scritti in prima persona,  lontani da una rappresentazione reale-realista, i racconti offrono una brillante disanima di come un soggetto possa parlare in una situazione critica o all’alba di un’epifania. I personaggi, pertanto, sono esseri umani nel momento della sconfitta, persone che assaporano una disfatta definitiva, o quasi; una derrota che li costringe a rivelarsi, a parlare in un modo diverso potremmo dire. Un mariachi stanco del suo successo come cantante folcloristico, un calciatore vicino al ritiro dall’attività agonistica, uno sceneggiatore che fa l’editing della sua opera utilizzando le forbici con cui si taglia il pollo, un addetto alle pulizie delle finestre che resta sospeso su di un’impalcatura, un viaggiatore dagli Stati Uniti preoccupato per la violenza nel paese e il suo anfitrione che gli dice di stare tranquillo, che tanto i messicani ammazzano solo gli amici. I risultati che l’autore raggiunge sono sorprendenti, è una lettura che genera entusiasmo e, allo stesso tempo, sembra prendere forma per scommessa, contro la volontà dei protagonisti a cui l’autore dona la prima persona. Le capacità narrative e drammatiche di Villoro sono, in questo libro, facilmente riconoscibili. La cosa che mi ha personalmente colpito di più è come gli aneddoti si presentano nel testo, dando vita a una narrazione fluida e compatta; una cosa che gradisco molto quando leggo un libro di racconti brevi: dimenticarmi che mi trovo in un libro di racconti brevi. A questo bisogna aggiungere la capacità di ricavare qualcosa di buono o sorprendente da ogni dettaglio, come se le parole fossero misurate con una precisione brillante; un’equilibrio, ma anche un’inerzia che genera stupore: uno stupore non semplice da trovare nella narrativa contemporanea. In italiano, questo libro, è stato tradotto con il titolo I colpelvoli e pubblicato, una decina d’anni fa, dalla casa editrice Cuec. Mi prometto di scrivere di altri lavori di Juan Villoro – Città del Messico, 1956 – autore ormai consacrato al pubblico e alla critica, vincitore di importanti premi della lingua spagnola e bussola, ma questa è solo una mia opinione, per orientarci nelle tendenze letterarie del Messico e dell’America Latina.