Aguafuertes porteñas di Roberto Arlt

 

 

Questo libro è, nella mia fantasia, una specie di museo in cui l’amante di Roberto Arlt avrà il piacere di perdersi. Raccolta di cronache che lo stesso scrisse per El Mundo tra il 1928 e 1934, è una lettura di grande intensità e che ti avvicina a un Arlt diverso dei più noti romanzi. Oscillando tra il folclore, la rilfessione sulla lingua popolare e lo studio dell’archetipo urbano, l’autore riesce da una parte a realizzare un meraviglioso affresco della società portegna dell’epoca, e dall’altro dona dignità letteraria al Lunfardo; la lingua degli emarginati, del popolo eccentrico e precario che popola Buenos Aires a cavallo tra la fine degli anni venti e trenta. Particolarmente interessante, sopratutto per il lettore italiano, sono le speculazioni sull’origine di alcune parole, espressioni o usi idiomatici che col tempo hanno dato vita a una lingua verbosa e pittoresca. Parole come squenun o fiaca, affondano le loro radici nella parlata genovese e lombarda e ci fanno capire come l’emigrazione italiana – pre e post unitaria – abbia avuto un ruolo fondamentale nella nascita di quella che, lo stesso Arlt in un articolo polemico di questa raccolta, definisce la lingua degli argentini. Credo che il libro regali i sussulti più importanti quando Roberto Arlt attraversa la città come un acutissimo flaneur con la denuncia delle ingiustizie sulla punta della lingua. Nella sua descrizione di Buenos Aires non c’è spazio per nessuna mistificazione, e la poesia si manifesta così come si manifesta l’abbandono delle strade più umili, il lavoro minorile, la fatica e l’abbattimento fisico e morale che essa produce. Nella versione che ho letto, edita da Libros de la Voragine 2013, ad aprire c’è un saggio di Abelardo Castillo che tenta di svelare l’enigma di un genio e spiegare perchè sia diventato uno spartiacque per il romanzo argentino del ventesimo secolo. In Italia è stato pubblicato da Del Vecchio Editore sotto il titolo Acqueforti di Buenos Aires.

Antes que anochezca di Reinaldo Arenas

 

Pero todo lo que uno desea, parece que por un burocratismo diabólico, se demora, aun la muerte.

 

 

Il libro inizia con l’evocazione di quel 7 dicembre del 1990, quando l’autore si toglie la vita alla fine di un’esistenza bellicosa.
Erotico e avventuroso, è un’autobiografia attraverso la quale conosciamo la vita del guajiro che divenne scrittore, e con lui un pezzo di storia cubana che comincia negli anni quaranta, passa per la rivoluzione, e finisce con il disincanto nei confronti di un cambiamento che aveva generato aspettative nel popolo.
Reinaldo Arenas riunisce in sé tutte le condizioni per essere un perfetto dissidente del regime di Fidel Castro: è omosessuale e scrittore, da artista entra in contatto con l’ambiente culturale dell’Havana di cui vede progressivamente il deterioramento sulle posizioni del governo.
La lettura è semplice e coinvolgente, inizia con un pugno che toglie il respiro, provoca stupore, e poco a poco sorprende per lucidità e coraggio. È in questo senso un libro diversamente politico dove l’unica idea travolgente è quella della libertà da guadagnare ad ogni costo, e da strappare alla stretta sorveglianza di un funzionario governativo o nella calca disumana di un carcere contrario ad ogni principio di umanità.
Il libro offre anche parecchi spunti sulla situazione poltica cubana e su come, per via del fascino che la rivoluzione ha esercitato nel mondo, è stato difficile per lo stesso autore in esilio raccontare l’autoritarismo e l’illiberalità che ha caratterizzato l’instaurazione del socialismo. L’abbraccio con l’Unione Sovietica e la nuova politica agraria, l’assoggettamento delle istituzioni culturali e universitarie, l’assalto all’ambasciata peruviana nell’Aprile del 1980. Reinaldo Arenas percorre con originalità la storia del suo paese, mischiando in un cocktail coloratissimo suggestioni magiche e oniriche alla realtà nuda e cruda di un’isola da cui sembra impossibile fuggire. È un testo che può servire anche come chiave per entrare nella letteratura cubana, sono tanti gli scrittori che popolano queste pagine nella loro gloria e meschinità, con il loro asservimento o coraggio. Per quanto mi riguarda è un manifesto di bellezza e libertà, e un testo che andrebbe sbattuto in faccia a chi sostiene le rivoluzioni dalla poltrona, lontano dal carcere e le umilianti politiche di correzione.

 

 

 

 

Salón de belleza di Mario Bellatin

 

 

Sin embargo, pese a todas estas circunstancias, siento una alegría un tanto triste al comprobar que, de cierta forma, en los últimos tiempos el orden se ha instalado por primera vez en mi vida.

 

 

Opera incantevole e misteriosa. Mario Bellatin, in questo libro, è in grado di regalare un’esercizio di inestimabile bellezza estetica, pieno di richiami e simboli che sanciscono la vittoria di una forma perfetta ma per niente esclusiva e complessa. In poche pagine l’autore messicano racconta come un parrucchiere travestito trasformi la sua attività nell’ultimo rifugio per una scia di malati, vittime di una peste inguaribile. Il protagonista – affascinante voce narrante che racconta in prima persona – assiste all’agonia dei suoi ospiti e dei pesci dell’acquario che abbellivano il locale prima che si trasformasse in questa sorta di lazzaretto improbabile – un Moridero per l’appunto – un luogo in cui attendere la morte, senza interporsi al naturale corso della malattia. Posto oscuro e riservato al mondo maschile. È una specie di postribolo per moribondi che a tratti mi ha ricordato la Suite Presidencial in cui un alcolista di La Paz decide di passare i suoi ultimi giorni nel tragico film boliviano El cementerio de los Elefantes. Libro recentemente rivisto a tanti anni di distanza dalla sua prima versione del 1994.  È stato eletto da un gruppo nutrito di critici e scrittori – spagnoli e latinoamericani – tra i migliori cento libri scritti in castigliano tra il 1982 e il 2007.

 

El Astillero di Juan Carlos Onetti

 

 

 

 

Pietra miliare nella produzione di Onetti questo libro, pubblicato per la prima volta nel 1961, resta una lettura straordinaria e un ottimo esemplare di romanzo scritto in castigliano. Non è un’opera di facile interpretazione. Una lingua ipnotica e perfetta introduce il lettore  in una narrazione rarefatta per poi lasciarlo sospeso, in un territorio in cui non ci sono appigli e non sembra succedere veramente nulla.  La storia si concentra intorno alla figura di Larsen o juntacádaveres che sbarca nella misera località di Santa Maria per prendere il posto di responsabile del locale cantiere navale ( El astillero). Privo di operai, segretarie o commesse, con la struttura relegata a uno scheletro marcio, Larsen si troverà a dirigere due soli impiegati – Kunz e Gálvez – che nella decadenza di Puerto Astillero si guadagnano la vita vendendo i pochi macchinari che restano sul mercato nero dei rottami gestito da russi. L’orgoglio iniziale di Larsen, la sua tenacia davanti alla condizione di abbandono in cui riversa l’impresa e la città, fanno pensare a una evoluzione narrativa crescente in cui il protagonista riesce a raggiungere i suoi obiettivi nonostante il panorama depresso di Santa Maria. La realtà delle cose smonta le illusioni pagina dopo pagina. L’agognato salario di seimila pesos al mese ( il momento della trattativa per l’onorario è uno dei momenti più alti del romanzo), la volontà di sposarsi con la figlia di Petrus ( proprietario del cantiere navale), una potenziale rinascita del complesso industriale; tutto diventa una chimera e l’unico patto possibile tra i personaggi sembra essere la farsa. È con questa farsa sullo sfondo – ravvisata lucidamente dal dottor Diaz Grey nel corso della novella – che si sviluppano i momenti più importanti di questa soprendente narrazione: Larsen che si muove placido nella trappola in cui è caduto, il miraggio degli abitanti di Porto Astillero che vivono inermi uno scenario post- apocalittico, l’assurdità delle conversazioni e delle pretese; delle relazioni che si generano all’ombra di un feticcio industriale decaduto. È un libro complesso, provo quasi riluttanza a parlarne. A volte si ha l’impressione che in queste 239 pagine non si parli di niente nonostante un’indiscutibile coerenza narrativa. Sotto l’incatesimo di una lingua perfetta giace una denuncia cruda della precarietà della vita e un pessimismo che provoca stupore, stordimento; uno smarrimento molto letterario.